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Backstage per il nuovo formato di Sciarpe Diplart in seta-lana: il dietro le quinte

Questa è la mia prima volta!

Siete mai stati su un set fotografico? Questa è la mia prima volta! Non è la prima di Artistante: i miei foulard erano già stati fotografati a Roma, in un periodo in cui gli spostamenti fra regioni erano ancora difficili, a causa della pandemia di COVID-19. Per questo, non avevo potuto raggiungere il set, il che mi aveva lasciata con qualche rimpianto e molta curiosità.

Voglio usare questo post per prendermi degli appunti e farne tesoro, quindi scriverò qui cosa ho azzeccato, cosa ho imparato, e anche cosa ho sbagliato in questa prima divertentissima esperienza dietro le quinte.

Una prima volta anche per il formato

Ho proposto più volte le Diplart, in diverse versioni e diversi materiali, perché adoro i contrasti e perché il double-face è il modo più immediato di proporre un’alternativa. In più, soprattutto in inverno, sommare due strati di tessuto fornisce la giusta consistenza ad una sciarpa davvero comoda e coprente. Ovviamente, è importante scegliere un materiale che sia gradevole al tatto e morbido sulla pelle, soprattutto a contatto con viso. Per non sbagliare, per la nuova versione delle DIPLART ho scelto un filato misto seta-lana al 50%, prodotto, stampato e confezionato a Como.

Prima volta per il misto seta, e prima volta anche per il formato: compatto, classico, adatto al pubblico maschile quanto a quello femminile. Insomma, il mio primo formato UNISEX. Del resto, ero stufa di dare un genere alle mie sciarpe: quale capo è più trasversale? 

Quanto alle fantasie, non mi sono preoccupata di adattarle ad un genere: come al solito, sono accese e invitanti, parlano di storie a colori e di un grande amore per i contrasti e per l’armonia. 

Sciarpe seta-lana UNISEX ARTISTANTE

Ovvietà che si confermano

Il prodotto c’è, ora va rappresentato.  Per il servizio fotografico, questa volta ho deciso di spostarmi a Lucca, nello studio di Massimo Tessandori Bernini e, raccontandovi come è andata, voglio partire da una considerazione ovvia, ma non scontata.

Quando un compito sembra semplice, è perché qualcuno si è complicato la vita per renderlo tale.

Lo dico proprio io, che, in prima istanza, mi do da fare da sola e cerco la soluzione “fatta in casa”.  Grazie a questo atteggiamento, ho acquisito abilità che, con il tempo, sono diventate il mio mestiere. Per tutte le altre, mi piace smanettare, informarmi, farmi una mia idea, ma poi passo la palla ai professionisti.

Chi è il professionista? È quello che per anni si è complicato la vita per diventare esperto nel proprio settore, così, quando arriviamo noi sprovveduti a chiedere un servizio, troviamo la strada spianata.

L’impressione che ho ricavato, dopo tre ore e mezza di scatti, è che tutti sapessero cosa fare e che lo facessero con grande efficacia, rapidità, semplicità, persino divertendosi. Io stessa, che in quell’ambiente figuro un po’ come un ippopotamo in una sala da tè, mi sono divertita, perché tutto mi sembrava facile ed immediato.

In verità non lo è affatto, ma un flusso di lavoro collaudato fa risparmiare tempo e stress.

Ritmo!

Tutto era sincronizzato: soltanto io, qua e là, ho perso il ritmo.

Non avevo ragionato abbastanza su alcuni dettagli e ora, riguardando i provini, mi saltano all’occhio particolari che non quadrano.  Nel complesso poco importa, ho tanti scatti tra cui scegliere, ma sono sviste che con un po’ più di esperienza non avrei commesso. Ad esempio: perché diavolo ho fatto sedere la modella con il trench addosso? E perché la sciarpa a volte è piegata in mezzi, a volte in quarti? Perché non ho cambiato nodo, da giro a cappio, fra una foto e l’altra? E quegli angolini girati a rovescio, come mi sono sfuggiti? E via dicendo.

Se avessi avuto più tempo, più pause, sarei riuscita ad evitare le sviste? Forse qualcuna, perché non sono abituata al ritmo di lavoro che c’è sul set fotografico, ma non tutte. Semplicemente, mi mancava l’esperienza. La prossima volta, mi armerò di check list: magari con il tempo diventerò una brava segretaria di produzione.

Ferramenta ed effetti collaterali

Non è come sembra: come per ogni rappresentazione, il grosso del lavoro non è  in pedana e, fuori dalla pedana, è tutto un manipolare di ferramenta. C’è tanto hardware e molta, molta pratica. Magari non ci si sporca come quando si dipinge, ma non c’è poi tanta differenza.

Stare in mezzo a tutta quella attrezzatura mi ha fatto venire voglia di rinnovae la mia. Improvvisamente, voglio cambiare i miei monitor e risistemare lo studio, modificando tutti gli spazi e tutti i piani di appoggio.

L’invidia dell’hardware è uno degli effetti collaterali cui vado più soggetta in qualsiasi studio professionale che abbia a che fare con la creatività o con la progettazione. Si tratta di un’illusione che spinge a pensare che possedere TUTTA la strumentazione possibile dia automaticamente dei vantaggi. Eppure, proprio guardando Massimo, si capisce subito che non è una questione di quantità, ma di affinare solo quegli strumenti che si adattano al proprio stile e al proprio scopo. E non tutto può essere acquistato in un negozio di elettronica. 

Detto ciò, sto forse per compare un monitor con una gestione del colore che simuli la quadricromia, anche se in 20 anni ho imparato a farne a meno? Forse sì.

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