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Di recente mi è ricapitato fra le mani il tomo dedicato alla 23° edizione della biennale di San Paolo, quella del 1996, che aveva dedicato una sala speciale a Basquiat e che rimpiango ancora adesso di non aver potuto visitare. Mi fu però regalato il catalogo, un volume importante e pesante, che mi oggi mi fornisce il pretesto per parlare di come San Paolo sia stata a lungo l’unica eccezione alla regola dei circuiti di arte internazionale, che hanno visto per anni gli artisti viaggiare solo fra Europa e Nord America.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

La Biennale di San Paolo
e la travagliata storia politica del Brasile

Come praticamente tutti sanno, la biennale di arte più antica del mondo è quella di Venezia, istituita nel 1895. Meno noto è il primato della Biennale di San Paolo, la seconda più antica dopo quella italiana, inaugurata nel 1951 grazie al lavoro dell’industriale italo-brasiliano Ciccillo Matarazzo (1898-1977). Matarazzo aveva fondato il MAM (Museo de arte Moderna de São Paulo) nel 1948 e si era da subito adoperato per far sì che la manifestazione diventasse importante a livello globale. Già nel 1953, alla sua seconda edizione, la Biennale aveva abbastanza prestigio da potersi permettere di portare in Brasile un’opera famosa e importante come Guernica di Pablo Picasso. 

Nel decennio successivo la biennale fece altri passi avanti. Per un caso non proprio fortunato, raggiunse la maturità con le edizioni del 1965 e del 1967: da poco si era instaurata in Brasile la dittatura militare, eppure a San Paolo erano riusciti a raccogliere una collezione di opere che mai si sarebbe pensato di poter ammirare al di fuori del circuito europeo e nordamericano. Fu possibile vedere tutte insieme opere di artisti come Marcel Duchamp, Paul Klee, Joan Miró, Marc Chagall, Andy Warhol, Edward Hopper e moltissimi altri.

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Le censura di regime

La dittatura, però, era un peso che gli artisti non erano disposti ad accettare. Boicottata nel 1969 e nel 1971, la biennale andò incontro ad edizioni mutilate e nel 1973 subì la censura del CAC (Conselho de Arte Cultura), che rifiutò il 90% delle opere selezionate dalla direzione artistica, rimpiazzandole con altre selezionate da giurie regionali filogovernative. Riuscite a immaginare un’operazione più ridicola? Eppure c’era poco da scherzare: protestare apertamente e denunciare gli orrori della censura significava il carcere.

Alla biennale di San Paolo va riconosciuto lo sforzo che fece per non soccombere. Nonostante le difficoltà, è riuscita ad arrivare agli anni 80 e alla caduta della dittatura (1985) senza perdere il prestigio necessario a far muovere sul polo sudamericano il fermento artistico, mantenendolo in contatto con il resto del mondo. Le esposizioni degli anni 90 ne sono la conferma.

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La sede della biennale di San Paolo:
il padiglione Matarazzo

Fin dal 1957, la sede della biennale di San Paolo è il Padiglione Matarazzo, opera dell’architetto modernista Oscar Niemeyer, lo stesso che ha progettato l’intera città di Brasilia. Niemeyer non era certo un dissidente. Al contrario, egli diede il volto al potere politico brasiliano, che all’epoca era in mano al presidente Juscelino Kubitschek, uno dei personaggi che favorì la dittatura militare, sebbene successivamente venne messo da parte da Castelo Branco, considerato il primo vero presidente del regime militare. 

Il padiglione ha tre piani e offre 30.000mq di spazio espositivo.

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2020, l’anno della pandemia e l’edizione rimandata

Nel 2020 si sarebbe dovuta svolgere la 34th edizione della biennal, rimandata al 2021 e spalmata in diversi eventi, per adattarsi alla situazione dettata dalla pandemia COVID. In Brasile, la gestione della crisi è in mano al presidente Jair Bolsonaro, noto negazionista, il che non ha potuto che peggiorare le conseguenze di un evento già drammatico.

Il tema della 34° edizione è “Faz escuro, mas eu canto“, “È buio, ma io canto”, che in questo periodo si adatta a molte situazioni, con questo intento:

La 34° biennale di San Paolo vuole rivendicare il diritto alla complessità e all’opacità, tanto delle espressioni artistiche e culturali, quanto delle identità di individui e gruppi sociali.

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