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Tecnologia del colore: dall’evoluzione delle specie a quella in laboratorio.

Tecnologia del colore: dall’evoluzione delle specie a quella in laboratorio.

Per #artistantecolore, oggi parlo di evoluzione naturale e di progresso scientifico: ecco come impareremo dalla natura a produrre colori strutturali organici, per utilizzare sempre meno i pigmenti e adottare tecnologie sempre più sostenibili per il pianeta.

 

Tecnologia del colore: come realizzeremo colori organici imitando la natura

Ingegneria naturale: pigmento e colore strutturale

In natura, esistono due tipi di colorazione: colore strutturale e pigmento

  • Il colore strutturale è dato da come la luce si comporta sulle microstrutture presenti sulla superficie su cui si rifrange, ad esempio il carapace dei coleotteri. In pratica, un questione di geometrie, basata su unità modulari dette strutture fotoniche
  • I pigmenti, invece, sono dei composti chimici, che si trovano ad esempio nei capelli, nella pelle, nelle piume. 

Il colore di molti animali, come uccelli o insetti, è dato dalla combinazione di struttura e pigmento. Il pigmento blu, ad esempio, è molto raro in natura. Di solito, si tratta di un colore strutturale che può mischiarsi o meno con un pigmento, per esempio il giallo, generando diverse sfumature di verde e turchese.

tecnologia del colore: il colore è strettamente legato all'evoluzione naturale - Occhi a confronto
Dalla collezione del Natural History Museum, occhio di Balena, di di cavallo e di orso himalayano.

In Natura, colore e visione sono strettamente legati all’evoluzione

Il modo in cui si sono evoluti gli occhi delle diverse specie è stato influenzato in due modi: dall’ambiente e dai messaggi che è opportuno cogliere per salvarsi la vita. Ad esempio, l’occhio della balena, che vede anche in profondità, ha un’apertura enorme per lasciar passare quanta più luce possibile, ma non è detto che le sia utile percepire tutte le sfumature del verde, che sono importanti, ad esempio, se si vive in una foresta. 

Ma non esistono solo i vertebrati: insetti e crostacei hanno occhi con strutture incredibilmente sofisticate e diverse, alcuni basati, ad esempio, su lenti minerali, invece che organiche. Dietro ogni occhio, però, c’è un cervello che elabora l’informazione e che si è evoluto a questo scopo.

Cosa possiamo imparare dalla natura?

Come i colori strutturali possono cambiare il mondo

L’uomo ha da sempre utilizzato i pigmenti per dipingere, per colorare gli oggetti, per segnalare e identificare – si pensi alle bandiere, agli stemmi, ai semafori, o alle luci colorate negli aeroporti. 

Solo di recente, gli scienziati si sono rivolti alla natura per sfruttare il colore strutturale. Uno degli esempi è il Vantablack, costituito da una microstruttura di nanotubi di carbonio che imprigiona tutta la luce, restituendo un nero assoluto. 

Ma esistono altre possibilità? E perché si sta indagando in questo senso?

La costruzione dei colori attraverso strutture fotoniche che imitano, ad esempio, il carapace dei coleotteri, è un’alternativa al pigmento che ci interessa per due motivi fondamentali: 

  • Il colore strutturale è più duraturo (tanto è vero che sopravvive alla morte dell’animale).
  • Grazie alla ricerca, il colore strutturale potrebbe essere più sostenibile, rispetto alla produzione dei pigmenti convenzionali. 

Il filone di ricerca è vasto, nuovo e interessante: si parla di ingegneria biomimetica, un’area interdisciplinare, tra fisica ottica, chimica, biologia e ingegneria, condotto alla ribalta da una ricercatrice Italiana, la professoressa Silvia Vignolini dell’Università di Cambridge.

strutture fotoniche su ali di farfalla

Colori strutturali iridescenti e opachi

Quando pensiamo ai colori strutturali negli animali, ci vengono sempre in mente colori iridescenti, come quelli che ammiriamo nelle piume del pavone o sulla livrea si molti insetti. L’effetto è dato dalla diversa resa della luce, che si riflette sulla microstruttura in modo diverso a seconda dell’angolazione. L’uomo ha già utilizzato soluzioni simili, ad esempio per le filigrane iridescenti delle banconote.

Ma può un colore strutturale essere completamente piatto, ossia risultare identico, a prescindere dall’angolo di incidenza? 

Potrebbe sembrare una domanda curiosa, ma in verità è fondamentale per concepire un uso industriale. Pensiamo ad un’azienda che si occupi di moda o design: la sua prima preoccupazione è che il colore sia identificabile e che risulti identico ovunque lo si applichi. Il verde Tiffany, ad esempio, è verde Tiffany in tutto il mondo, su carta, plastica, metallo, stoffa. 

In natura, i colori strutturali non iridescenti esistono e sono più numerosi di quello che pensiamo. Molti fiori li usano per dirigere gli insetti impollinatori con messaggi chiari, e non con effetti speciali, che confonderebbero loro le idee. In sostanza, si tratta solo di comprendere come queste geometrie possano essere manipolate per restituirci l’effetto che desideriamo.

La sfida, sta nel farlo in modo artificiale, ma non sintetico.

Che differenza c’è tra artificiale e sintetico?

Progettando un colore strutturale, ci si aprono due strade: 

  • utilizzare la plastica per disegnare le strutture, 
  • oppure approfondire ancora di più la nostra ricerca e arrivare allo stesso risultato manipolando materia organica. 

Entrambe le soluzioni sono artificiali, ossia progettate e realizzate in laboratorio, ma solo la prima è sintetica, mentre la seconda è organica

Questa è la missione di Vignolini che, come prima questione, si pone quella della sostenibilità per ogni nuovo materiale che progetta. Significa che la struttura deve essere sostenibile rispetto alla fonte di materia prima, quando nasce, ed esserlo quando muore, degradando nell’ambiente con il minor impatto possibile. La svolta sarebbe riuscire a farlo utilizzando solo materiali naturali come la cellulosa e la chitina, i due biopolimeri più abbondanti sulla Terra.

➝ Differenza tra artificiale e sintetico nei tessuti: leggi l’approfondimento sui nuovi tessuti ecosostenibili.

Colori strutturali organici in laboratorio: come sono fatti?

Nei suoi studi, Vignolini ha esplorato l’uso di composti di vario genere, pesino addensati alimentari. Ultimamente, si è concentrata sui batteri come fabbriche di blocchi nanofotonici, facendoli lavorare su una base di cellulosa

La grande quantità di cellulosa che serve ai suoi esperimenti pone il problema della disponibilità della materia prima: sarebbe inutile concepire un materiale biodegradabile che, per essere prodotto in modo massivo, portasse alla deforestazione. Per questo, Vignolini si concentra sull’economia circolare: attualmente, la cellulosa che utilizza nei suoi esperimenti è un prodotto di scarto dell’industria del cotone, un processo che può essere scalato anche per una produzione massiva di tipo industriale.

Attendo con molta ansia l’esito dei suoi esperimenti e dell’evoluzione organica dei colori. Voi no?

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Il Nero assoluto è una chimera per gli artisti. Quando si dipinge una superficie di nero, il massimo cui si possa aspirare è un grigio molto scuro o un nero riflettente. Per questo, il dibattito sui diritti del Vantablack attira l’attenzione di molti. 

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Cos’è il Vantablack

Trovate in questo articolo la storia del Vantablack, qui mi limito a spiegare che si tratta di una vernice nera ricavata grazie ad una microstruttura di nanotubi di carbonio, in grado di assorbire la luce quasi al 100%.  Anish Kapoor, architetto e artista britannico, ne ha acquisito i diritti per l’uso esclusivo in campo artistico.

L’alternativa al Nero Assoluto: il BLK3.0

Questa rivelazione mi dava da pensare. Mi chiedevo: è mai possibile che Anish Kapoor abbia fatto una mossa così maleducata, come quella di accaparrarsi in esclusiva l’uso del primo materiale capace di assorbire il 99% della luce visibile? Sì, lo ha fatto e, fra le altre cose, ci ha dipinto delle buche.

Quindi la seconda domanda era: è mai possibile che nessuno, nella comunità internazionale di artisti, se la sia presa a male? E no, in effetti non era possibile: noi artisti siamo piuttosto permalosi e intimamente anarchici.

Mia sorella, curiosa quanto me,  @gabi_vagnoli ha svolto una rapida ricerca, trovando alcune alternative interessanti, tra cui il BLK3.0, un progetto finanziato su Kickstarter in sole 38 ore che si è riproposto di produrre una vernice acrilica nera, che più nera non si può, per immetterla nel mercato.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE
Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

Le condizioni sono abbordabili: si acquista in uno store in UK e la spedizione è assicurata in tutto il mondo, disponibile per tutti e subito. Anzi, non proprio per tutti: per il mondo intero, tranne che per Kapoor. Lo hanno scritto nelle specifiche del prodotto.

Potevo resistere? No, ho accettato la sfida!

Per la relativamente contenuta cifra di 60 pounds, spedizione DHL inclusa, ho acquistato due flaconi.

Questo è un gioco cui non potevo non partecipare, intanto perché sono davvero curiosa verso un colore così particolare, e poi perché ritenevo interessante prendere parte all’iniziativa all’iniziativa, finanziando un’idea che vuole ribadire, di nuovo, che l’arte è alla portata di tutti.

ESPERIMENTO E RECENSIONE #1

Eden 20

Ho eseguito il primo test su una tela 30×20 cm. Ho dipinto anche i lati, soprattutto perché ero curiosa di capire se l’opacità era tale da annullare l’effetto della profondità volumetrica, data dalla diversa rifrazione della luce. Ecco come è andata.

Il BLK3.0 si presenta così: piuttosto liquido, direi invitante.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

Ho deciso di usare il colore direttamente sulla tela, senza prepararla in nessun modo.

Alla prima stesura mi è sembrato fin troppo leggero, sicuramente più liquido di quanto mi aspettassi, il che è un bene, visto che è bene non diluirlo in nessun modo. In seguito l’ho agitato meglio: non ero abituata a farlo con gli acrilici, che di solito non contengono acqua, ma in questo caso avrei dovuto pensarci prima. Alla seconda stesura, infatti, mi è parso più corposo.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

Ho dato il colore in tre strati, lasciando ogni volta asciugare. Non ci mette molto, ma ho aspettato più del necessario tra uno strato e l’altro, per essere sicura di non portare via la base con il pennello umido della seconda mandata. Qui  in foto è ancora bagnato, subito dopo la prima stesura.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

Eccolo asciutto, dopo la terza stesura. Appare uniforme, intenso, vero effetto matte senza riflessi, ma no, non è assoluto: si distingue molto bene la profondità della tela, dipinta anche sui bordi, il che significa che riflette la luce, anche se in minima parte.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

La buona notizia è che, una volta asciutto, è una base eccellente per gli acrilici tradizionali. Ecco il piccolo esperimento, che ho intitolato “Eden 20”.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

In particolare, mi piace la resa del dorato che, si sa, rende molto meglio su basi scure. In più, in questo caso, il contrasto tra l’opacità del nero e il colore metallizzato è decisamente d’effetto.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

Conclusione

BLK3.0 appare opaco e profondo, nessun acrilico nero che abbia provato ha questa vellutata opacità, ma credo che esistano vernici più economiche che ci si avvicinano. Godibile e divertente, ma non una rivoluzione copernicana.
Per il prossimo tentativo, proverò ad applicarlo su diverse basi.

Nero assoluto, BLK 3.0 - Esperimenti di nero assoluto by ARTISTANTE

ESPERIMENTO E RECENSIONE #2

Una tela per la terra: BRACE

Dopo qualche studio, mi sentivo pronta per affrontare una tela più ampia. Ho scelto una 60×60 con uno spessore di 6 cm, per mettere in risalto l’effetto del nero. Il titolo vuole richiamare l’effetto devastate degli incendi che ogni anno privano la terra di consistenti fette di forseta e, di conseguenza, di ossigeno e biodiversità.

Acrilico su tela 60x60x6 cm BRACE - Paola Vagnoli
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ESPERIMENTO E RECENSIONE #3

Come un gioco: PORTOLANO

Ho provato ad utilizzate il nero BLK3.0 su una tavola di legno, 30×24, anche questa con spessore di 6 cm. Il soggetto è una via di mezzo tra il tabellone di un gioco dell’oca e una mappa, sulla quale spicca una città affacciata sul mare.

Portolano, acrilico e blk3.0 su tavola, 30x24x6cm, Paola Vagnoli
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Il Nero non è un colore

Il Nero non è un colore

Che cosa è il nero?

Il Nero non è un colore. Se si parla di sintesi additiva, il nero è semplicemente l’assenza di luce, e se si parla di sintesi sottrattiva nero è un materiale che, non riflettendo alcuna lunghezza d’onda della luce che lo investe, non restituisce nessun colore. Forse per questo, più di ogni altro colore, il nero è il fondamento della nostra percezione visiva, e quindi dell’arte e del design. Scopriamo alcuni aspetti interessanti del colore nero per #artistantecolore.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante

Il nero nell’arte Preistorica

Il nero rappresenta anche la prima convenzione della rappresentazione artistica: il contorno. Fin dalle caverne, quando gli uomini hanno cominciato a tracciare con il carbone le figure degli animali, il tratto nero del contorno, lontanissimo dal vero, è stato il tramite che ci ha permesso di fare quel salto essenziale tra natura e rappresentazione. Il pensiero astratto è stato in grado di tradurre un cervo o un cavallo in un contorno e così nascono la pittura, prima, e la scrittura, in seguito.

La grotta di Lascaux in Francia: i dipinti hanno un’età di circa 17.000 anni

Per raccontare il Nero ho pensato di procedere in un modo un po’ diverso dal solito, senza rispettare un unico filo conduttore, ma raccontando tre piccole storie diverse.  Le metterò in ordine cronologico, tanto per rispettare almeno una convenzione, ma, a guardarle bene, vi accorgerete che godono tutte di una longevità fuori dal tempo.

Nero Divino

Tezcatlipoca, il dio nero della Bellezza

Il British Museum è pieno di reperti interessanti e, andandoci più di una volta, è possibile godersi anche le stanze meno frequentate, quelle con le collezioni meno famose e preziose, ma ricche di sorprese. Una di queste è costituita dall’armamentario magico di John Dee (1527-1608), matematico e astrologo di corte di Elisabetta I. Non dobbiamo stupirci del fatto che, all’epoca, un uomo di scienza si dedicasse alla magia: ricordiamoci, ad esempio, che più tardi Newton si dedicò all’alchimia e che il confine fra osservazione scientifica, esoterismo e religione non era ancora stato tracciato.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante
John Dee – (c) Wellcome Library; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Nella vetrina dedicata a John Dee, spicca un oggetto nero tondeggiante, con una specie di manico su cui si vede un foro. Si tratta di uno specchio Azteco realizzano in Ossidiana Nera, che lo scienziato usava per riti di divinazione e per parlare con gli angeli.

Ossidiana nera, vi dice qualcosa? Se siete appassionati di Games of Throne, vi ricorderete del “Dragon Glass” e del potere che gli viene attribuito contro l’esercito dei morti. Non è la sola storia legata a questo materiale: la mitologia celtica e norica è costellata di armi di ossidiana in mano ai guerrieri o ai druidi, in grado di veicolare poteri soprannaturali. Tutt’oggi, coloro che praticano la Wicca si servono di strumenti in ossidiana per officiare i loro riti, utilizzando anche specchi simili a quello ritrovato tra gli averi di John Dee, tanto è vero che se ne possono acqistare di diverse dimensioni anche su Amazon.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante

Non sono riuscita a scoprire se John Dee fosse al corrente dell’origine mesoamericana dello specdchio, ma è probabile che fosse un fatto noto e importante per caricare l’oggetto di un valore esoterico. Forse sapeva anche che lo specchio veniva usato per officiare dei riti, ma forse non conosceva Tezcatlipoca la divinità cui quei riti erano dedicati.

Il culto di Tezcatlipoca proveniva dalle civiltà Maya e Olmeche, e fu poi mutuato da quella Azteca. Era associato con diversi concetti, la cui convivenza nella stessa figura trovo estremamente interessante: egli è il dio del nord, della notte, del cielo stellato, del vento, della guerra, della stregoneria, ma anche della bellezza e della tentazione. Andava in giro avvolto in pelli di leopardo, con delle bande nere e uno specchio nero fumante, decorato da piume. Elegante e misterioso, era il cavaliere nero e l’antitesi del Quetzacoatl, il cavaliere bianco, di cui era fratello e nemico, e con il quale aveva creato la terra.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante
Tezcatlipoca con le bande nere: nell’immagine si nota lo specchio che portava sul petto.

Sembra proprio che l’associazione della bellezza con il nero, carica di connotati magici, misteriosi e pericolosi, costituisse già per le civiltà precolombiane una sorta di standard, come poi si è affermato nella moda e nel design, fino ai giorni nostri. 

Nero Artistico

Quadrato Nero: la nascita dell’arte astratta

Kazimir Severinovič Malevič aveva 37 anni quando espose il Quadrato Nero, non un ragazzino, eppure l’entusiasmo che la sua opera gli suscitava era talmente travolgente che pare gli avesse tolto il sonno. Non la chiamava neppure opera, ma scoperta: riteneva di aver trovato l’origine, di aver azzerato la storia dell’arte e di aver dato vita ad una nuova era. Era il 1915, a Pietroburgo.

Era il periodo delle avanguardie. Nel 1910 Picasso aveva inaugurato il cubismo e prima, nel 1909, Marinetti aveva lanciato il futurismo con il suo Manifesto. Malevič non voleva essere da meno: scrisse anche lui un manifesto, con il quale intenzionalmente indicava la sua avanguardia come il superamento del futurismo.  Scrive M.: “Noi, che ancora ieri eravamo futuristi (…) ci siamo sbarazzati del futurismo, ed essendo i più audaci abbiamo sputato sull’altare della sua arte”.  Il limite dei Futuristi è di non aver saputo sbarazzarsi del nemico più ostico che grava sull’arte: “l’oggettività”, mentre Malevič trova la via: “la costruzione di forme a partire da niente”. Il nuovo movimento artistico si chiamava Suprematismo, e decreta la superiorità dell’arte astratta e della pura sensibilità artistica, rappresentata dal colore, sull’arte figurativa e sull’oggetto in generale.

Presenta il suo manifesto in una esposizione che intitola “0.10. Ultima mostra futurista” e al centro vi pone il “Quadrato Nero”.  Si capisce che è questo il fulcro della mostra, per il posto speciale che occupa: lo appese ad angolo fra due pareti, in alto, come se le altre opere non fossero che proiezioni del punto zero sulle pareti adiacenti.

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Il Suprematismo non ebbe molto seguito e Malevič non godette di grande fortuna. La sua intuizione oggi appare ingenua, eppure nessuno prima di lui aveva rinunciato completamente all’oggetto. 

Malevič stesso non riuscì a sostenere il peso di questo assolutismo, tanto è vero che tornò all’arte figurativa. Ma se si osserva un suo autoritratto, ironicamente abbigliato come Cristoforo Colombo, si nota in basso a destra un segno: quel segno.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante
Nero, storia del colore nell'arte e nel design - Orologio russo

ADDENDUM

Il Quadrato Nero di Malevich e il design contemporaneo

 

Grazie ad un post su Twitter di Blank Solver, ho scoperto che Raketa, un noto produttore russo (e prima sovietico) di orologi, ha lanciato nel 2020 un nuovo BIG ZERO dedicato al “Quadrato Nero”, in collaborazione con il Museo Nazionale di arte Russa (Russian State Tretyakov Gallery).  Come si vede in foto, l’opera di Malevich non è semplicemente stampata sul quadrante, ma assemblata con un intarsio in pietra, che viene eseguito a mano su ogno quadrante.

Se siete rimasti affascinati dal connubio BIG ZERO, lo zero cosmico dell’arte astratta e il fascino eterno della pietra, vi potete procurare questo gioeillo ad un prezzo non proprio abbordabile, ma neppure proibitivo, qui.

Nero Assoluto

Vantablack, il nero tecnologico

Mi trovavto nelle profondità della Grotta del Vento in Garfagnana, quando la guida ci radunò in un luogo sicuro e spense le luci. Tutte le luci. Aspettai che l’occhio si abituasse alle tenebre, come di notte in una stanza buia, ma non accadde. Grazie ai rumori e all’eco sapevo che c’erano ancora persone e pareti di roccia intorno a me, ma non avevo mai sperimentato la più totale assenza di una fonte luminosa. Per quel che mi riguarda, quella fu la sola volta che vidi il nero assoluto.

Come abbiamo detto, un oggetto appare nero quando, dello spettro visibile di luce, non riflette che una minima parte. Il Nero Assoluto si avrebbe se l’oggetto, assorbendo tutto lo spettro luminoso, non riflettesse affatto. Ma si può produrre una tinta che sia in grado di opacizzare un oggetto a tal punto?

No, non siamo mai riusciti a riprodurre il nero assoluto, ma la tecnologia ci è andata vicina.

Esiste un materiale composto da nanotubi di carbonio in grado di trattenere fino al 99,96% delle radiazione dello spettro visivo: quindi, per noi, non ha colore e ci appare nero, di un nero assoluto, senza sfumature. Il nome commerciale di questo materiale è Vantablack, che sta per Vertically Aligned NanoTube Arrays Black ed è stato creato in Inghilterra dal National Physical Laboratory.

Ne è stata poi ricavata una vernice spray, che conserva quasi la stessa efficacia e che è stata concepita principalmente a scopi militari, ma qualcuno l’ha sperimentata per il marketing: la BMW ha presentato un concept della X6, nel 2019, completamente verniciato in Vantablack: lo ammetto, decisamente affascinante, ma non andrà in produzione.one.

Il colore nero nella storia del design, storia dell'arte e storia del costume. Artistante

E gli artisti come hanno reagito alla dispobilità di questa nuova tinta rivoluzionaria?
La risposta è una, nel senso che abbiamo a disposizione un solo punto di vista sull’argomento, quello di Anish Kapoor, lo scultore e architetto britannico che ha acquistato i diritti sul Vantablack per l’uso artistico. E quindi, per adesso, dobbiamo accontentarci della sua ricerca.

 

Oppure… Ecco l’iniziativa del mondo dell’arte in risposta a Kapoor: il BLK3.0.

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Viola è il colore dei fiori (ma puzza)

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C’è un colore che ho a lungo tenuto lontano e che sto imparando a conoscere grazie a un nuovo progetto artistico su seta: il viola. Ve ne parlo in questa puntata di #artistantecolore, fra storie note e dettagli sorprendenti.

Foulard quadrato in seta 100% made in Italy, artigianato artistico

Il colore Viola: cosa è?

Il primo dato che salta all’occhio è che Viola è il nome di un fiore, così come Malva, che è il nome del colorante viola più diffuso, e come eliotropo, che è un altro fiore la cui tonalità influenzò la moda dell’800 e oltre. Poi ci sono il glicine e il lilla, ancora nomi di fiori per designarne le sfumature, ma nessuna di queste piante profumate ha attinenza con la fonte delle tinture dalle quali si ricava il colore. Le quali, come vedremo, sono tutte piuttosto puzzolenti.

Viola, storia del colore e del design, storia dell'arte, pattern design, malva - Artistante

Come il verde, il viola è un colore secondario, dato dalla miscela di magenta e ciano. Come tutti i colori secondari, propone una gamma inafferrabile di sfumature, tanto che è spesso descritto a partire dal rosso o dal blu, talvolta dal nero. È fuggente anche all’occhio, essendo il violetto l’ultimo colore percepibile dall’uomo. Eppure, il viola è universalmente associato al potere o al divino.

La Porpora di Tiro

La civiltà sembra nascere già consapevole del valore del colore viola, da cui l’enorme importanza artistica ed economica della Porpora di Tiro, colore che distingueva i senatori romani e che ovunque era sinonimo di lusso e di un elevato status sociale. Oggi, però, è difficile stabilire con certezza a quale sfumatura corrispondesse: la parola latina purpura, infatti, veniva utilizzata per descrivere anche tinte cremisi molto intense e, secondo un giurista romano del III sec, si doveva considerare porpora tutto ciò che non non era il rosso derivato dalla cocciniglia.

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Orazio, nella sua Ars poetica, cita il porpora come metafora del bel parlare, parlando di “drappo porpora” cucito nel discorso, per indicare un passaggio letterario ben riuscito. Curioso come questo accostamento non sia sopravvissuto in italiano, che non ha neppure conservato la parola porpora per designare il viola, ma sia presente nell’inglese, che designa il viola con la parola purple e che indica come “purple prose” la prosa particolarmente ricercata e retorica – oggi usato per lo più nel senso dispregiativo di linguaggio inutilmente ampolloso.

Plinio il Vecchio descrive la tintura più raffinata come venata di nero e ne sottolinea l’associazione al potere e al trionfo, a dispetto del suo odore nauseabondo: la porpora, infatti, veniva ricavata a partire da molluschi marini.

Quali fossero questi molluschi, però, rimase un mistero per molto tempo, poiché la lavorazione della porpora si interruppe con la presa di Costantinopoli e la nascita dell’impero ottomano (1453) e solo nel XIX un biologo marino francese riuscì a stabilire di quale specie si trattasse. Di recente, negli anni 2000, alcuni chimici hanno tentato di riprodurre con esattezza il porpora di Tiro, riuscendoci al costo di una strage di molluschi che ha senso solo se si giustifica la ricerca scientifica, ma che non avrà nessun seguito sul mercato – e ci mancherebbe.

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Il viola Oricello

Qualsiasi fosse il segreto della lavorazione e l’esatta sfumatura cromatica del porpora, il viola era certamente un colore per pochi e tale restò fino a tempi relativamente recenti.

L’unica alternativa ai costosi molluschi, infatti, venne introdotta in occidente dai mercanti italiani solo nel 1300, senza risolvere i problemi di approvvigionamento. Si trattava di un lichene, a dire il vero piuttosto diffuso, le cui proprietà tintorie, però, erano note solo ai cinesi. Questa tintura, detta Oricello, era, sì, meno costosa del porpora, ma i licheni non si coltivano e crescono molto lentamente e, una volta esaurito un sito di raccolta, era necessario cercarne un altro. Quanto a fetore, poi, non c’era stato un miglioramento rispetto ai molluschi: il nome Oricello, infatti, deriva da urina, ampiamente usata come fonte di ammoniaca per estrarre il colore dal lichene.

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La famiglia di mercanti in questione fece ugualmente fortuna: il cognome era originariamente Alamanno, cambiato poi in Oricellai e quindi Rucellai, nome tutt’ora piuttosto comune a Firenze.

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Il colore Viola diventa mainstream grazie alla chimica

Ci tocca aspettare il XIX secolo e il trionfo della chimica per avere un viola ampiamente disponibile. Lo sintetizzò per caso Perking, il cui intento era quello di ricavare il chinino dal catrame di carbone, utile a curare la malaria e per tanto molto richiesto. Si imbatté invece in un liquido denso e violaceo di nessuna utilità farmacologica, ma che volle testare su delle pezze di seta, per scoprire che non scoloriva alla luce o con i lavaggi. Intuendo subito le potenzialità commerciali del suo errore, chiamò l’intruglio Porpora, ma decise, in seguito, di cambiare il nome con quello di un fiore: nacque così il color Malva. Fu il boom del viola nella moda, soprattutto quella Vittoriana.

Viola, storia del colore e del design, storia dell'arte, pattern design, malva - Artistante
Viola, storia del colore e del design, storia dell'arte, pattern design, malva - Artistante

Viola e Sfortuna: da dove deriva questa associazione?

Nel caso degli artisti, soprattutto nel teatro, questa idea è legata alla quaresima. Il viola è da sempre il colore del periodo che precede la Pasqua, scelto dal clero per il suo intenso valore spirituale di ascensione al divino. Nel periodo di quaresima, però, gli spettacoli erano proibiti e gli artisti di strada che tentavano di guadagnarsi da vivere venivano perseguiti. 

C’è poi il legame del viola con il lutto, che nasce in epoca vittoriana. Il viola veniva associato all’eliotropo, un fiore dall’intenso profumo di vaniglia che si pensava seguisse il sole e che prese a significare devozione e fedeltà: per questo, il viola eliotropo era concesso alle vedove al posto del nero.

Il Colore Viola nell’Arte

Trattandosi di un colore raro, il viola fu sempre riservato agli imperatori e al divino, talvolta utilizzato per il manto della Madonna. La rivalsa democratica del viola si ebbe con gli impressionisti che sembravano vederlo ovunque: convinti che l’ombra non fosse nera, ma la risultanza di diversi colori, di cui una delle componenti era l’azzurro del cielo, gli impressionisti usarono il viola per la luce, più del giallo. Il giallo, del resto, è il colore complementare e, dopo aver fissato a lungo la luce, chiudendo gli occhi ciò che vediamo è il bagliore violaceo dei fosfeni. Tutto ciò fece dichiarare a Monet, nel 1881, di aver trovato, finalmente, il vero colore dell’atmosfera: “L’aria fresca è violetta. Fra tre anni, tutti lavoreranno con il violetto”. Oggi sappiamo che, mentre Renoir e altri pittori rimasero fedeli all’usanza di miscelare blu cobalto e rosso per ottenere il viola, Monet divenne un entusiasta utilizzatore le Malva e delle tinte derivate.

Viola, storia del colore e del design, storia dell'arte, pattern design, malva - Artistante

Molte delle informazioni che trovate in questo articolo sono tratte dal fantastico libro “Atlante sentimentale dei colori” di Kassia St Claire, che vi consiglio anche come lettura estiva.

Foulard Artistante

Seta pura, orlati a mano, fantasie colorate (e c’è anche il viola).

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