fbpx
Artistante shop online arte e slow fashion
Foulard, fra moda e arte

Foulard, fra moda e arte

La mia passione per le sciarpe, le stole e i foulard è legata al fatto che ognuno può essere interpretato come un’opera d’arte da portarsi al collo, concetto che Hermés ha portato in auge, pur non avendolo inventato.

Ed è proprio questo matrimonio fra arte e moda che ha fatto del foulard l’idea regalo ideale per molte occasioni, soprattutto quando si scelgono pezzi curati artigianalmente e caratterizzati dalla cura pittorica della fantasia.

Scopriamone la storia per #artistantecolore.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Le umili origini del Foulard

Il foulard è un un quadrato di stoffa leggera che coniuga lo stile alla praticità. A differenza di altri ornamenti, puramente estetici, il foulard deve il suo successo alle molte applicazioni pratiche. Basta pensare all’uso che se ne è fatto nella storia, a cominciare dai soldati, che portavano una sorta di bandana colorato che aveva lo scopo di designarne l’appartenenza ad un determinato corpo, fornendo allo stesso tempo protezione, se necessario, dal vento, dalla sabbia o dal sole.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Lui lo conosciamo tutti, giusto?

Anche i contadini usavano i “fazzolettoni” per proteggersi dal sole, la cui versione elegante veniva indossata in chiesa dalle donne, sul capo e per coprire le spalle e il décolleté.

In questo ambito, ho sempre ammirato lo stile delle donne ciociare: per tradizione, il fazzolettone, piegato a rettangolo e appuntato sui capelli, era abbinato ad un altro foulard coprispalla e a monili rigorosamente di corallo. Il risultato è talmente caratteristico e scenografico, da venire immortalato in numerose opere d’arte. Per gli artisti europei del 1800, la modella ciociara divenne un soggetto ricercato, tanto che le ragazze presero a curare la loro immagine, nella speranza di fare da modelle, magari sullo sfondo dei tipici paesaggi dell’agro pontino.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Il foulard nella moda del 1900: le luci della ribalta

Durante il secolo scorso, soprattutto in funzione della domenica, il foulard ha via via conquistato il suo posto nella storia del costume, facendo la sua comparsa in versioni sempre più decorate e sofisticate sulle teste delle signore abbienti e a decorazione anche dell’abito più semplice, che veniva così nobilitato nella sua versione da festa.

Ma è con la moda degli anni ‘50 e ‘60 che diventa l’oggetto di culto che conosciamo oggi, reso immortale da icone di stile, come Audrey Hepburn e Grace Kelly.
Dobbiamo però fare un un passo indietro: se parliamo di foulard non possiamo proprio evitare di parlare della Francia e di Hermes.

➞ Leggi anche: Come si indossa il foulard

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Il foulard, dai primi carré di Hérmes ad oggi

L’origine del foulard decorato con fantasie artistiche, come lo intendiamo oggi, è da ricercarsi nell’industria serica di Lione, molto florida nel XVIII secolo, e che ha lanciato la moda del “ritratto di seta tessuta”, veri e propri quadri, con scene didascaliche, a volte satiriche, dedicate a fatti storici o personaggi famosi. Nasce quindi il magico connubio fra l’accessorio di seta e l’arte, dove la seconda comincia a prevalere sulla funzione.

Questa caratteristica mondana e artistica dei tessuti di Lione viene ripresa in tono ironico da Hermés quando, nel 1937, ad un secolo dalla nascita e quasi 20 anni prima del successo della borsa Kelly,  produce il primo Carré, “Jeau des Omnibus et Dames Blanches”.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Il disegno era costituito dal tabellone di un gioco da tavola francese molto popolare nella seconda metà del 1800, simile al Gioco Dell’Oca. Il gioco, a sua volta, si rifaceva a Dames Blanches, il nome di una compagnia di trasporti pubblici in carrozze trainate da cavalli. La tavola riprodotta sul foulard è ancora custodita nel Museo Hermès, insieme ad altri oggetti cui si ispirarono negli anni gli illustratori che hanno dato vita alle storiche fantasie, definite “titoli”, che ogni anno Hermes presentava nel suo catalogo, denominato “Suggestions”, che è un po’ come dire “consigli per gli acquisti”.

I primi illustratori, ingaggiati da Robert Dumas, furono Hugo Grygkar, tutt’ora considerato il vero padre dei foulard Hermés, e Philippe Ledoux, che portarono questo accessorio alla fama, giocando sapientemente sul confine tra moda e arte. E l’arte è il valore aggiunto che Hermés non ha mai tradito, selezionando artisti da tutto il mondo e scegliendo per le sue fantasie un mix di temi classici e contemporanei, tutti capaci di narrare e intrattenere.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

A proposito di narrazione, ecco “Lettre de Napoleon a Murat” del 1947, uno dei miei preferiti.

Fra gli ultimi titoli, questa creazione di Octave Marsal, intitolata “La Cite Cavaliere“, è particolarmente interessante. Ispirato a un’incisione del XVII secolo raffigurante una vista a volo d’uccello di Parigi, il giovane designer reinventa il paesaggio stradale della capitale francese. L’incisione originale era opera di Matthäus Merian il Vecchio, un incisore svizzero-tedesco noto per le sue numerose edizioni di mappe. Con licenza artistica, Marsal mappa il corso della Senna, le mura cittadine ei monumenti di una Parigi da sogno, creando una Cité cavalière con la sagoma di un cavallo al centro. Il tema equestre, caro ad Hermés fin dagli albori, è un omaggio che sottolinea in modo elegante il legame tra la Maison e Parigi. La mappa  è ricca di riferimenti culturali e storici e di curiose apparizioni. Vale la pena scrutarla per cogliere anche il più piccolo dettaglio.

Ringrazio Commozioni.Arte per la segnalazione.

Hermes, la storia del foulard di seta - appunti di storia della moda, blog di arte e design Artistante
foulard di seta italiana, orlo a mano, fantasie ARTISTANTE

Foulard ARTISTANTE

Dopo due anni di gestazione, ho ache io inaugurato la mia linea di Carré. Ho disegnato ogni fantasia immaginando la resa sul formato quadrato, con un insieme pittorico che, legato al collo e nascosto nelle piege, restituisse un effetto colore comunque riconoscibile.

Dopo di che, mi sono data da fare per trovare la seta giusta, lo stampatore ideale e le mani sante di sarte esperte, che li orlassero a mano, per un prodoto di artigianato artistico Made in Italy

Sono sei diverse fantasie, ognuna con una sua piccola storia da raccontare.

Scopri i Foulard 

Potrebbero interessarti:

storia del foulard, accessorio tra moda e arte
Foulard, fra moda e arte

Foulard, fra moda e arte

Il foulard è un un quadrato di stoffa leggera che coniuga lo stile alla praticità. A differenza di altri ornamenti, puramente estetici, il foulard deve il suo successo alle molte applicazioni pratiche, e all'idea, nata in casa Hermés, di trasformarlo in un pezzo d'arte.

Ex Libris, storia di un simbolo che è una forma d'arte. molti artisti hanno realizzato ex libris come vere e proprie opere in miniatura.
Ex Libris, storia e significato

Ex Libris, storia e significato

L’arte degli Ex Libris si è servita di tecniche diverse ed è mutata di pari passo con la tecnologia, reinventandosi con il progredire del pensiero. Dalla tarda antichità fino ad oggi, vale la pena riflettere sull’evoluzione di questa forma d’arte di nicchia che, se è vero che ha avuto fortune alterne nei secoli, non è mai del tutto scomparsa. Neppure oggi, dopo la rivoluzione digitale.

Bava di bruco: la seta è mistero e arte

Bava di bruco: la seta è mistero e arte

La seta è bava di bruco: ditemi voi se già questo non basta come incipit di una storia interessante. Ve ne racconto una piccola parte, qui, su #artistantecolore.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

La seta oggi in Italia

Iniziamo dalla fine: in Italia, non si produceva più la seta dall’ultimo dopo guerra. Abbiamo continuato a tessere il filato, che compriamo per lo più in Cina, ma solo nell’ultimo decennio alcuni piccoli imprenditori e cooperative hanno reintrodotto in Italia la bachicoltura, alcuni con intenti industriali non ancora del tutto espressi, altri per amore della tradizione dell’artigianato artistico (trova i riferimenti in fondo all’articolo).

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Il declino della seta in Italia ha a che fare con molti fattori, dai pesticidi utili ai frutteti, che però hanno decimato i gelsi, fino alla concorrenza cinese e alla difficoltà di organizzare un lavoro che veniva gestito in campagna, affidato, casa per casa, soprattutto a donne e bambini, e che ha mal tollerato la forte urbanizzazione degli anni ‘60.

Per farci un’idea, negli anni ‘50 solamente in Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri, tutte rapidamente scomparse nel decennio successivo.

Evidentemente, però, non tutti erano pronti a gettare la spugna, perché il Centro ricerche Agricole ha per decenni conservato i “cavalieri”, ossia 193 diverse razze di Bombyx Mori, la falena della seta, e li sta ora mettendo a disposizione di chi vuole ricominciare ad allevarli.

Come si allevano i bachi da seta

Se credete che sia un lavoro semplice è perché non conoscete queste larve capricciose. Partiamo con il dire che le razze addomesticate sono state selezionate per avere un ciclo di vita molto più rapido di quello naturale e per produrre molta più seta, ma questo le ha rese creature molto fragili e suscettibili a diverse malattie. Le falene adulte sono creature così delicate, che non sono neppure capaci di volare. Depongono circa 500 uova dalle quali, in pochi giorni, nascono delle larve piccolissime, a malapena visibili ad occhio nudo, che fanno una sola cosa: mangiare.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Sono così fameliche, che nei capannoni dove vengono nutrite, esclusivamente a foglie di gelso, si sente un rumore costante, come di acqua scrosciante. Le foglie devono essere asciutte, ma fresche e, soprattutto, non calde di sole, o le larve potrebbero morire. Si calcola che per produrre un chilo di filato siano necessari 220 chili di foglie.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Dopo aver più che decuplicato le loro dimensioni nel giro di poche settimane, i bachi sono pronti per imbozzolarsi. Cominciano a produrre il bozzolo con un unico, lunghissimo filamento di bava, protetto dalla sericina, una specie di gomma che rende compatti i bozzoli. Sapete quanto è lungo ognuno di questi filamenti? Dipende dalla razza. Quella pura arriva alla bellezza di 250 metri, ma un “cavaliere ibrido” ne può produrre 1200 e, per crescere, ci ha messo solo 28 giorni. Una macchina.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Come si produce la seta

Quando il bozzolo è pronto, lo si ripulisce dalla peluria esterna (che potrà servire per delle imbottiture) e quindi il baco viene ucciso con vapore ad alte temperature, prima che rischi di rovinare il suo stesso capolavoro, tagliandolo dall’interno per uscire come falena. Poi il bozzolo viene immerso in acqua bollente, per dissolvere la sericina e trovare il capofilo: un tempo, erano le ragazzine a compiere questa delicata operazione, immergendo le mani nell’acqua bollente. Abbiamo ancora le immagini di questa dolorosissima fase, per esempio grazie ai documentari sull’industria serica italiana dell’istituto Luce, roba, insomma, di 60 anni fa. Ora immaginate lo stesso identico gesto, ma, al posto della filandera lombarda o veneta, metteteci una ragazzina cinese del 5000 a.C: le stesse dita scorticate, per 7mila anni.

Storia della Seta: dalla Cina, 7.000 anni fa

Sebbene la sericoltura sia arrivata in occidente solo nel VI secolo d.C., tramite l’Impero Bizantino, in Cina il procedimento era noto da millenni. La leggenda narra che a scoprirne il segreto fu una giovane imperatrice che sorseggiava il suo tè sotto ad un albero di gelso. Un bozzolo cadde nella tazza calda e, magia, si disfece in una matassa di cui lei trovò il capo, per poi svolgerlo per tutto il giardino.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Leggende a parte, sappiamo che il baco da seta veniva allevato già nel neolitico da alcuni reperti archeologici: non abbiamo trovato la seta, che ovviamente è soggetta a decomposizione, ma sono stati rinvenuti alcuni attrezzi e addirittura immagini dipinte su ceramica che potrebbero riferirsi alla bachicoltura.

Tutto ciò che possiamo ricavare sulla storia della seta in Cina si ricollega a due aspetti fondamentali, sopravvissuti fino a tempi recenti: la seta è sacra e la seta è femmina. Si ha notizia di una divinità femminile della seta dal XVI secolo a.C. e molti proverbi cinesi, così come le incisioni sugli ossi oracolari, ripropongono la stessa immagine: l’uomo ara, la donna fila e tesse – e, in questo modo, paga le tasse.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Seta: Seduzione e Arte

Essendo femmina, la seta seduce. Il concetto era talmente ovvio, che nei secoli intorno alla nascita di Cristo i cinesi ci avevano fondato un’intera strategia difensiva. Stanchi e provati dalle incursioni degli Xiongnu, nomadi della mongolia settentrionale, i cinesi pensarono bene di cominciare a riempirli di regali, soprattutto di seta, un bene che per i guerrieri mongoli non aveva nessuna utilità. Eppure, i mongoli cominciarono a vendere i propri cavalli ai cinesi per ottenere altra seta. I cinesi non ne furono sorpresi. Un funzionario Han, nell’81 a.C. scrisse: “ un pezzo di seta cinese semplice può essere scambiato con Xiongnu per beni che valgono molti pezzi d’oro, e così si vanno a intaccare le risorse del nemico. Muli, asini e cammelli penetrano la frontiera, e così i cavalli, ed entrano in nostro possesso”.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Come in questa occasione, sappiamo bene che la seta è protagonista per millenni di scambi commerciali e strategie economiche e politiche, al pari dell’oro. E, come l’oro, è stata anche espressione artistica. Fin da tempi molto antichi, una volta preparato, il panno di seta veniva adornato con disegni e pattern, utilizzando tinte di origine minerale o inchiostro nero, ricavato spesso dalla fuliggine. Quest’ultimo era utilizzato per la calligrafia, che rientrava tra i principali utilizzi della pittura su seta. Essendo la carta poco utilizzata, interi poemi sono stati scritti su seta, quindi in Cina la seta fu protagonista di almeno tre diverse espressioni artistiche: la pittura, il ricamo e la letteratura.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Alcune imprese e cooperative hanno riportato la bachicoltura in Italia

Ad esempio:
In Veneto: Seta Etica
In Calabria: Nido di Seta

Piccole note storiche sulla bachicoltura in Lombardia, grazie a @LaMerlettaia su Twitter:

Dell’importanza della seta nei secoli passati anche in terra milanese, resta memoria nei detti popolari. Il più famoso: “A Milan anca i murun fan l’uga” (A Milano anche i gelsi fanno l’uva), come a dire che in questa città si produce ricchezza per l’operosità della sua gente.

Nei testamenti dei secoli passati, si citavano le viti e i gelsi: entrambi erano fonti di ricchezza. Anche nelle relazioni delle visite pastorali nell’estesa diocesi milanese venivano citati i gelsi e il loro numero:come fonte di reddito per i curati,veniva censita a fini fiscali.

Potrebbero interessarti:

storia del foulard, accessorio tra moda e arte
Foulard, fra moda e arte

Foulard, fra moda e arte

Il foulard è un un quadrato di stoffa leggera che coniuga lo stile alla praticità. A differenza di altri ornamenti, puramente estetici, il foulard deve il suo successo alle molte applicazioni pratiche, e all'idea, nata in casa Hermés, di trasformarlo in un pezzo d'arte.

Ex Libris, storia di un simbolo che è una forma d'arte. molti artisti hanno realizzato ex libris come vere e proprie opere in miniatura.
Ex Libris, storia e significato

Ex Libris, storia e significato

L’arte degli Ex Libris si è servita di tecniche diverse ed è mutata di pari passo con la tecnologia, reinventandosi con il progredire del pensiero. Dalla tarda antichità fino ad oggi, vale la pena riflettere sull’evoluzione di questa forma d’arte di nicchia che, se è vero che ha avuto fortune alterne nei secoli, non è mai del tutto scomparsa. Neppure oggi, dopo la rivoluzione digitale.

Ex Libris, storia e significato

Ex Libris, storia e significato

Cos’è l’ex libris?

Ex libris è un timbro che si appone sul frontespizio dei libri per designarne l’appartenenza ad una famiglia, ad una biblioteca o ad una persona.

“Dai libri di…” è il significato della locuzione latina.

La storia di questa forma d’arte di nicchia ha avuto fortune alterne, di pari passo con l’importanza acquista, o perduta, del suo supporto: il libro.

Minimalisti, allegorici, complessi, artistici, funzionali, araldici, a timbro, a punzone, a stampa, a bottello, a incisione… L’arte degli Ex Libris si è servita di tecniche diverse ed è mutata di pari passo con la tecnologia, reinventandosi con il progredire del pensiero. Dalla tarda antichità fino ad oggi, vale la pena riflettere sull’evoluzione di questa forma d’arte di nicchia che, se è vero che ha avuto fortune alterne nei secoli, non è mai del tutto scomparsa. Neppure oggi, dopo la rivoluzione digitale.

Quando nascono gli ex libris

Possiamo considerare una protoforma di Ex Libris le annotazioni manuali sui frontespizi dei codici tardo antichi e medievali, che divennero più frequenti nel rinascimento. Queste annotazione avevano intenti diversi. Raramente, si poteva trattare della firma dell’amanuense che aveva vergato il codice, anche se, fino almeno al rinascimento, questa mancanza di modestia nell’artigiano è assai rara. Più spesso, si trattava dell’annotazione del committente e proprietario del volume, ma c’è anche il caso che l’annotazione ricordasse il donatore. 

Gli ex libris e l’invenzione della stampa

Nel XVI-XVII secolodopo l’introduzione della stampa, il libro perde la sua caratteristica di oggetto unico e riconoscibile rispetto a tutte le copie dello stesso soggetto. La diffusione dell’oggetto stampato, non più riconoscibile dalle altre copie, arricchisce le biblioteche private e fa nascere l’esigenza di volerne marcare la proprietà, dando, però, un’apparenza ornamentale al marchio, che fosse adatta ad esprimere, allo stesso tempo, il livello culturale e l’agiatezza di chi lo possedeva. 

Venne quasi del tutto abbandonata la forma scritta, affidando un simbolo a dei foglietti stampati appositamente, che poi venivano incollati all’interno della copertina. L’uso nacque si affermò in Germania con una sua propria forma artistica. Vi si cimentò, fra gli altri, Albrecht Dürer.

Gli ex libris stampati su foglio e poi inclusi nel libro sono tipici dell’area germanica, dove la stampa e la xilografia erano diffuse e all’avanguardia. In Italia era più frequente il timbro, sia ad inchiostro che a secco, con cui si marcavano le pagine, o  anche il cuoio della copertina.  

Gli ex libris dal 1700 in poi

Fino al XVIII secolo, gli ex libris si limitavano di solito a riportare lo stemma araldico, che tanto bastava a designare la biblioteca di appartenenza. Nel settecento, invece, l’uso del ex libris cambiò carattere e, in risposta alla rivoluzione culturale di quel periodo, assunse la connotazione “privata” che si sviluppò nei secoli successivi.

Era l’epoca dei romanzi d’avventura, impregnati di una nuova morale, più laica e umana. Era l’epoca di libri come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Candido di Voltaire e Robinson Crusoe di Daniel Defoe, ma anche delle pubblicazioni scientifiche e divulgative come La nuova scienza di Giambattista Vico, l’Enciclopedia di Diderot, gli scritti di Rousseau e Montesquiet.

Mano mano che le idee circolavano su carta e che i costumi della borghesia si ingentilivano, anche il collezionare libri entrò a far parte delle abitudini delle famiglie facoltose, sebbene non aristocratiche. Le teorie delle scuole filosofico-politiche venivano dibattute nei caffè e si affermarono usanze come le conversazioni letterarie, eventi in cui signore colte intrattenevano gli ospiti a suon di letteratura e intermezzi musicali. La ricerca dei libri da acquistare per impreziosire la propria biblioteca era diventata un’occupazione che preoccupava le famiglie ricche, insieme alla volontà di accumulare oggetti d’arte, locale od esotica. 

L’elaborazione di ex libris fiorì nelle biblioteche private. Le influenze figurative delle nuove scuole d’arte si sostituirono all’araldica, e l’ex libris passò a identificare una persona, il collezionista proprietario, più che il casato di appartenenza. La gara a chi si faceva realizzare l’ex libris più interessante ed elegante produsse delle vere opere d’arte in miniatura. Nel XVIII, in Italia, imperversava la moda di includere il nome o il motto del committente in scene elaborate come dipinti.
L’Ex Libris, comunque, rimaneva in qualche modo intrecciato con l’araldica: per quanto l’utilizzo fosse privato e quasi sempre comparisse il nome proprio del proprietario, difficilmente mancava un riferimento preciso alla casata, alla famiglia o alla corporazione di appartenenza.  Il legame era tale per cui, ad ogni rivoluzione politica, l’Ex Libris subiva gli stessi scossoni cui era soggetta l’araldica. In epoca di Restaurazione, per esempio, le casate “rinfrescarono” gli stemmi di uso privato, anche quelli usati per ornare i palazzi, i cancelli, le vesti e, in ultimo, i libri. In ultimo, perché, per un certo periodo, l’Ex Libris sembrò divenne raro e, in Italia, venne praticamente dimenticato. 
Continuava, invece, ad evere fortuna all’estero: per averne un’idea, si dovrebbe avere la fortuna di poter scorrere l’edizione nataliza del 1898 della prestigiosa rivista inglese di arti decorative,  The Studio, che volle raccogliere i più interessati Ex Libris dal punto di vista artistico e sibolico, sia fra quelli inglese, che fra i francesi e i tedeschi, fino a quelli degli Stati Uniti d’America. 
Noi questa fortuna non l’abbiamo, ma per averne un’idea possiamo dare un’occhiata a questa carrellata, tratta da un sito molto interessante per gli appassionati del genere, The Bookplate Society.

Ex libris e Art Nouveau

Si arriva così al 1900: l’omnipervasiva Art Nouveau si impose anche sull’estetica dell’Ex Libris, che, invece che ai quadri, comonciò ad assomigliare alle locandine dei caffè parigini e alle vetrate viennesi. Anche in Italia, l’Ex Libris rinasce e, questa volta, a recuperarlo agli antichi splendori furono, non solo gli artisti, ma i nuovi professionisti del design: progettisti, architetti, industriali, che disegnarono Ex Libris per se stessi e per gli amici.

Le Grandi Guerre Mondiali posero le arti, per lo meno quelle minori, in secondo piano. Alla fine della seconda guerra mondiale, il desiderio di ricorstruire faceva i conti con i postumi della distruzione, ma presto l’esigenza di imparare dagli errori commessi ebbe la meglio sul torpore e nuove iniziative culturali cominciarono a fiorire, di pari passo con le politiche di l’alfabetizzazione di massa. Il libro stava finalmente diventando un oggetto comune. Con le riforme scolastiche, non c’era casa che non ospitasse almeno i libri di uno scolaro. L’industrializzazione aveva, nel frattempo, escogitato sistemi di produzione sempre meno costosi: i libri cominciarono ad essere prodotti con carta scadente e con rilegature automatizzate, prima a filo e poi, sempre più spesso, addirittura incollate. Da bene di lusso e simbolo di distintivo di una classe sociale, il libro divenne bene di consumo. Forse a questo dobbiamo il fatto che l’Ex Libris cadde in disuso quasi ovunque: perché impreziosire e reclamare il possesso di un oggetto quasi del tutto privo di valore materiale?

Ex libris ai giorni nostri: rinascita di un’arte di nicchia

Così, ai giorni nostri, pochi fra noi hanno conservato il gusto di possedere un Ex Libris. Del resto, la digitalizzazione e gli e.book hanno trasformato il libro da oggetto a concetto. Non potendo possedere un’astrazione, l’Ex Libris ha perso la sua funzione.

Ma, come è successo per la pellicola in fotografia, la carta sta diventando, per gli amanti della letteratura, un feticcio irrinunciabile. Più la tecnologia smaterializza la lettura, più il libro diviene oggetto di desiderio, l’ancora materiale di una gestualità che sopravvive per passione, se non per utilità.

L’Ex Libris rinasce, proprio in questi anni, come forma d’arte espressione di questo mondo cartaceo, caro a molti, e, a livello mondiale, torna il collezionismo.

 

E tu, hai il tuo Ex Libris?

Raccontami nei commenti cosa pensi: ti piacerebbe possederne uno?

Sceli qui il tuo ExLibris da personalizzare

Fonti e risorse online

Per la storia dell’Ex Libris fino al XIX secolo ho tratto alcune delle notizie e delle immagini da questi due volumi: Gli ex libris italiani. Con 9 tavole e 233 riproduzioni, delle quali 29 eseguite coi rami o cogli zinchi originali – di Bertarelli e David Henry, 1902 Potete consultarlo qui 3500 ex libris italiani – di Jacopo Gelli, 1908 Potete consultarlo qui
Inestimabile Catalogo delle Indie

Inestimabile Catalogo delle Indie

Tesori della Compagnia delle Indie Orientali

Nel 1858, l’impero britannico aveva posto definitivamente fine all’impero Moghul in India, transformandola in una colonia sotto il mandato di un viceré. Dall’India arrivavano in Inghilterra merci di ogni tipo, fra cui cotone, canna da zucchero, caffè, tè e tessuti.

Arrivavano anche manufatti artistici, che venivano esposti all’India Museum, perché la Compagnia delle Indie Orientali ci teneva a darsi un tono, esponendo le ricchezze che procurava alla Corona. Oggi il Museo non esiste più e i manufatti sono stati dispersi in varie collezioni, alcune delle quali sono entrati a far parte del patrimonio del British Museum.
Uno dei direttori del Museo fu tale John Forbes Watson, un medico scozzese, che ebbe il grande merito di aver voluto catalogare i tessuti indiani importati dall’India. L’imponente campionario, in 18 volumi,  fu redatto nel 1866 in 20 copie.
Watson non era un esperto di industria tessile, gli piaceva solo catalogare e collezionare. Era stato in India 3 anni, come medico militare a Bombay, ma per redarre i campionari si serviva principalmente di importatori e commercianti. La maggior parte delle descrizioni dei tessuti sono semplicemente state copiate dalle etichette di cui erano corredati quando venivano acquistati in India.
Ciò nonostante, si tratta di una raccolta di inestimabile valore e, indovinate un po’? Il catalogo è consultabile online. Anzi, direi che l’indicizzazione digitale del catalogo lo ha reso molto più interessante di quanto già non fosse.
Il perché è semplice: l’indicizzazione per attributi permette di compiere ricerche istantanee secondo una miriade di parametri, ricerche che prima avrebbero richiesto giorni, ad esempio per tipo di pattern, ma anche per tessuto, tipo di utilizzo, tecnica di realizzazione.

Godetevi il tour qui: http://tmoi.org.uk

Queste sono le cose belle di internet. Insieme ai gattini, ovvio.
Buona Pasqua a tutti!

Processing...