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L’arte plumaria: comunicare a colori con le piume

L’arte plumaria: comunicare a colori con le piume

L’arte plumaria è una tecnica diffusa in molte popolazioni indigene americane, ma non solo: consiste nel creare accessori per l’abbigliamento e ornamenti utilizzando piume di uccelli.

È probabile che tutti abbiate visto le corone di piume che indossano gli indiani del Nordamerica in illustrazioni e film western, e forse avete anche in casa un “acchiappasogni” sospeso, con i suoi intrecci di corda e piume, comprato in qualche mercatino etnico.

Questi e pochi altri sono i modi in cui noi occidentali riusciamo a recepire l’arte delle piume, ma in realtà essa è molto più complessa e più ricca di quanto potremmo immaginare.

Tra le popolazioni che hanno fatto dell’arte plumaria il centro della loro estetica spiccano, in particolare, gli indigeni del Brasile. Per loro le piume, con le loro forme e colori, sono un vero e proprio alfabeto e gli accessori di vestiario che creano servono a comunicare messaggi precisi.

arte plumaria del brasile: comunicare a colori

L’arte plumaria in Brasile

Quando i portoghesi arrivarono in Brasile nel XVI secolo, rimasero subito affascinati dai preziosi e coloratissimi ornamenti delle popolazioni locali.

Le popolazioni del Brasile vivevano in un mondo estremamente colorato: il verde della foresta, le tinte accese dei fiori e, ultime ma non ultime, le straordinarie varietà degli uccelli tropicali che cantavano tra i rami.  Le loro piume, spesso, restavano a terra e venivano raccolte. Con esse, si riportava il colore intenso della foresta su quasi ogni oggetto del villaggio: pettini, coprispalla, collane, diademi… col tempo questo tipo di arte ebbe tanta presa sulle popolazioni da spingerle ad allevare tucani e ara, in modo da avere sempre a disposizione le loro piume.

arte plumaria del brasile: comunicare a colori

Colorati come uccelli

Il popolo dei Kayapò ama tanto le piume da utilizzarle non solo negli accessori, ma direttamente sul corpo: le piccole e pregiate piume bianche dell’avvoltoio reale vengono intrecciate tra i capelli nelle giornate di festa. I Bororo allevano gli uccelli e, non contenti dei loro colori naturalmente accesi e potenti, usano sfregare la pelle dei volatili con sostanze irritanti per far crescere le nuove piume con tinte ancora più varie.

arte plumaria del brasile: comunicare a colori

Il significato degli ornamenti: comunicazione a colori

Noi, da occidentali, possiamo apprezzare la bellezza dei colori e la varietà degli ornamenti, ma purtroppo manchiamo della cosa più importante: la comprensione del loro significato. Sì, perché per i brasiliani le piume non sono semplici accessori, ma un vero e proprio strumento di comunicazione.

Con le piume possono rivelare chi sono, a quale famiglia o clan appartengono, se sono sposati, se sono sacerdoti o laici, se sono ricchi o poveri. Alcuni copricapi servono invece per la caccia, come strumento per confondersi nella foresta o come richiamo per gli uccelli. Gli oggetti di cui gli amerindi si circondano sono, quindi, un coloratissimo alfabeto tutto da leggere. 

Particolarmente interessanti sono, in popolazioni come Kayapo-Xikrin, gli ornamenti festivi dei capivillaggio: la loro forma circolare ricorda occhi dei quali le piume rappresentano le ciglia; la loro forma ricorda anche quella del villaggio, le cui capanne sono disposte in cerchio e di cui loro rappresentano idealmente il centro. I colori del copricapo non sono disposti casualmente, ma ognuno ha un significato specifico: l’azzurro rappresenta la piazza centrale del villaggio, il bianco la foresta che lo circonda, e così via.

Le popolazioni brasiliane, tradizionalmente, non posseggono scrittura ma, come hanno notato gli antropologi, riescono a rendere scrittura ogni cosa che li circonda. L’arte è un modo di “scrivere il mondo” dando a ogni elemento naturale un significato preciso e che riesce anche ad evocare il piano spirituale.

arte plumaria del brasile: comunicare a colori

Il “progresso” minaccia l’arte delle piume

Come aveva notato già Levi Strauss nel suo celebre Tristi tropici, le popolazioni indigene del Sudamerica stanno vivendo una profonda crisi culturale e sociale. Il motivo è proprio quello che noi chiamiamo progresso: l’avanzamento delle coltivazioni e dell’industria comporta la distruzione dell’habitat tradizionale e la conversione forzata ai modi di vivere occidentali. Pochi sono i villaggi rimasti e i giovani tendono a lasciarli, trasferendosi in zone “occidentalizzate” per diventare operai o braccianti. 

Il FUNAI (ente nazionale brasiliano per la protezione degli Indios) ha sempre voluto proporre una soluzione intermedia tra la distruzione definitiva dei villaggi e la loro conservazione, tentando di mantenere in vita le antiche tradizioni pur convertendo gli indios ai modi di vita occidentali. Questo, purtroppo, è impossibile. Le tradizioni degli indios, così come la loro arte plumaria, sono tutt’uno con l’ambiente della foresta: se essa ha lasciato il posto ai campi, tutto ciò su cui si basa la vita delle popolazioni non ha più ragion d’essere.

La tecnica di intreccio delle piume può continuare, incoraggiata da sovvenzioni economiche di vario tipo ma, come è già accaduto nell’America del Nord, quando si va a perdere una civiltà si distrugge anche il senso più profondo di un’arte.

Mara Chaves Altan arte plumaria

Arte e design con le piume in Occidente

Alcuni artisti che non provengono dal Sudamerica hanno avvertito il fascino della loro arte plumaria e se ne sono appropriati, facendone un modo d’espressione: è il caso di Mara Chaves Altan, creatrice di stupende maschere con le piume nate da un lungo studio e da un profondo dialogo interiore con l’arte “primitiva”. Chaves, brasiliana, ha iniziato a creare maschere negli anni ‘70 con l’intento di riportare in vita l’arte, già all’epoca perduta, degli indigeni Kayapo. «Una piuma è un uccello e un uccello è un cielo» ha raccontato di recente ai giornalisti «Il mio lavoro nasce dalla natura e si serve di essa per esprimere la mia immaginazione». Anche questa artista contemporanea, insomma, sottolinea l’impossibilità di separare l’arte delle piume dal contesto naturale in cui sono nate: il materiale porta con sé l’eco della foresta amazzonica che l’ha originato.

In Occidente, le piume naturali lasciano spesso il posto a quelle artificiali, prodotte industrialmente. Non sono pochi gli artisti, i designer e gli stilisti che utilizzano questi materiali, che pur nella loro essenza plastica sono in grado di ricordare o addirittura amplificare la leggerezza delle piume vere.

Nelle sfilate di moda relative alla collezione autunno-inverno 2022-23 alcuni giovani stilisti italiani si sono distinti per il loro utilizzo delle piume artificiali: in tinte pastello e cucite in gran massa su maniche o addirittura cappelli, le piume della maison A.C.9 piacciono parecchio alla generazione Z!

Allo stesso tempo prende piede, tra coloro che hanno una buona manualità e vogliono sperimentarsi in un hobby artistico, la moda di dipingere sulle piume servendosi di acrilici e pennellino. Su internet sono disponibili diversi esempi e tutorial: la destinazione finale di questi lavori è il decoro della casa in stile Boho Chic.

Mara Chaves Altan arte plumaria

Arte primitiva e legame con la Natura

Nella varietà delle esperienze artistiche primitive e primitiviste, sacre o dissacrate che siano, il filo conduttore è la comunicazione con la natura e il rispetto per i suoi ritmi vitali. Trovo nell’arte cosiddetta primitiva una forza che ad altre forme di espressione a volte sembra venire meno: è la forza della Terra che si esprime in modo organico e viscerale, puro e immediato, vero e “animale”, nei prodotti culturali umani.

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significato del verde - rossella o'hara - blog colore
Personaggi a colori: il significato del colore nella narrazione

Personaggi a colori: il significato del colore nella narrazione

Sebbene non abbiano un significato univoco, i colori sono in grado di suggerire emozioni e, in alcuni casi, possono farsi carico di una parte della narrazione, come un vero e proprio sottotesto. In un romanzo, se il narratore si prende la briga di specificare il colore di un dettaglio, ad esempio un vestito, non sceglierà mai un colore a caso: vuole comunicarci qualcosa.

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Affidare la comunicazione ai colori, però, potrebbe essere rischioso. In epoche diverse, in culture diverse, i colori assumono significati molto distanti fra loro. Anche facendo riferimento ad una sola epoca, diciamo la nostra, e alla sola cultura occidentale, non è detto che un singolo colore conservi lo stesso significato in tutte le situazioni.

Nonostante la difformità delle possibili interpretazioni, registi e romanzieri si affidano al colore secondo canoni che è facile intuire. Alcune scelte possono essere molto dirette, come il bianco per la purezza positiva e il nero per la malvagità, mentre altre sono più sottili o stratitificate, ma ugualmente efficaci.

Eroine a colori

Quando vengono raccontate storie di donne, capita spesso che l’abito diventi in qualche modo una parte importante della trama, soprattutto quando il romanzo viene trasposto in pellicola, ma non necessariamente.

Madame Bovary e il colore blu

Guidata da Riccardo Falcinelli, che in Cromorama dedica un capitolo al Blu Bovary, ho spulciato sul web le copertine di diverse edizioni del celebre romanzo di Flaubert e ho trovato questa, che mi sembra perfetta.

Emma Bovary e il colore blu

Alla sua prima apparizione nel romanzo, Emma appare al futuro marito, il medico Charles Bovary, vestita con un abito di lana blu, anzi, “turchino”, nella traduzione di Pavese. Emma ha i capelli e gli occhi scuri, al punto che qua e là Flaubert li descrive con riflessi bluastri, rimandando in questo caso all’accezione tenebrosa del blu, ma quando Emma acquista per sé vestiti e suppellettili di pregio (due abiti , uno di seta e uno di lana, e due vasi di vetro, acquistati a Rouen), li sceglie sempre di colore “turchino”, per la luce nobile e l’aristocratico valore della tinta blu in epoca romantica.

Nonostante nel 1706 fosse stato scoperto il Blu di Prussia, uno fra i primi pigmenti chimici utilizzati in ambito industriale, a metà ‘800 i tintori acquistavano ancora l‘indaco di importazione per i tessuti pregiati, che avevano quindi un costo elevato.

Il blu dei vasi di vetro, con cui Emma decora il camino di casa Bovary, erano probabilmente tinti con il cobalto, come le vetrate delle chiese gotiche, e costituiscono il suo tocco di classe alla casa, rappresentando la sua ambizione sociale, il suo desiderio di far parte di un mondo lontano e aristocratico.

Desiderando oggetti blu, Emma fugge dalla vita di provincia. Quando i debiti e gli abbandoni subiti dai suoi amanti diventano insopportabili, si uccide, attingendo l’arsenico da una bottiglia di vetro. Indovinate di che colore? Esatto, vetro blu.

significato del verde - rossella o'hara - blog colore

Il rosso e il verde di Via col vento

Il nome Rossella è un adattamento italiano del nome Scarlett. Fa subito pensare al colore rosso, che rimanda al temperamento della donna e alla chioma scura, che probabilmente aveva riflessi mogano, data la sua origine irlandese. L’attrice scelta per impersonarla nel celebre film del 1938, Vivien Leigh, ha un perfetto incarnato chiaro, gli occhi verdi e i capelli scuri che ci si aspetta. Vuoi perché dona all’incarnato dell’attrice, vuoi perché rimanda alle origini irlandesi del personaggio, il verde è senza dubbio il colore che ha reso immortali gli abiti di Rossella O’Hara. Fra tutti, il più iconico è quello che Rossella, in ristrettezze economiche, ricava dalle tende di velluto verde per sfoggiare modi aristocratici, mentre sta in realtà chiedendo un prestito.

il colore verde in via col vento

Ma cosa significa questo verde? Da una parte, il verde è la rinascita, la crescita, la fase formativa di un personaggio. Fa pensare alla speranza, eppure il verde ha anche un’accezione ambigua, legata al gioco d’azzardo e alla sorte in generale, non necessariamente buona. E in fondo Rossella è proprio questo, una giocatrice cinica, che alla fine non vince il banco, ma che, come in un gioco, è pronta a ricominciare.

I personaggi Disney e i colori morali

 

Venngage, che si occupa di grafica e colore applicati al marketing e alla comunicazione in generale, ha raccolto alcuni dati sui colori utilizzati dalla Disney per i personaggi nei lungometraggi animati. Ne vengono fuori situazioni piuttosto ovvie che possono valere come paradigma generale.

Ecco un grafico tratto dalla loro analisi.

 

Grafico colori dei personaggi disney

FONTE: VENNGAGE

Giallo, Arancio, Rosso

Come vedete, sul giallo, che è luce, c’è poco da discutere.

Molto più interessante è il rosso, che rappresentando un carattere passionale e determinato, può trovarsi associato sia a personaggi positivi che negativi.

Blu e viola

Le sfumature di blu e viola rappreentano la nobiltà, il potere, il lusso e l’aristocrazia, e sono disposte in modo che, passando dal celeste della fatina, al blu scuro, e poi al viola di Malefica, mano mano si mescolino sfumature che vanno dall’assolutamente buono al malvagio, con alcune sovrapposizioni.

Verde

Il verde è sostanzialmnte positivo e molto usato nelle fasi di formazione: la Sirenetta, Merida di Brave e Mulan vestono di verde e affronteranno un percorso di crescita che le porterà a trasformarsi da bambine in eroine.

Bianco e Nero

Se il nero è monopolio dei cattivi, la parità del bianco potrebbe stupirci, ma pensateci bene: a volte i lupi si vetono da agnelli e la malvagità si cela dietro a paramenti immacolati e ad una disciplina ferrea, che, alla fine, quasi combacia con una mancanza totale di moralità, come nel caso di AUTO in Wall-E.

Fuori dal mondo Disney, questo aspetto del bianco ritorna in continuazione: pensate a Saruman nel signore degli anelli o al gatto bianco accarezzato dal capo della Spectre e, infine, ai capelli candidi dei Targaryen saga fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin.

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Cromoestesia: si possono sentire i colori?

Cromoestesia: si possono sentire i colori?

che cosa è la cromoestesia: il color e la sinestesia

Un verde può essere davvero acido e l’arancio può avere il profumo dei mandarini o dei fiori di campo. Non è solo poesia: stiamo parlando di cromestesia, una particolare capacità sensoriale. Chi la prova riesce a sentire il suono o il gusto dei colori, associa cioè in modo automatico, intuitivo e involontario un dato visivo a uno proveniente da altri sensi. 

È molto comune anche  l’inverso, ossia associare ad uno stato d’animo o ad un concetto astratto un colore preciso, e non solo per pura associazione di idee, ma proprio come se si trattasse di una sensazione fisica. Ad esempio, febbraio è viola ed io ho rinunciato ad acquistare un’agenda che me lo proponeva in celeste, perché mi avrebbe confuso le idee. Per di più, nella stessa agenda ottobre era marrone, bravi, come le castagne, ma ottobre è blu, il marrone semmai è agosto: vi rendete conto della confusione? 

Che cosa è la Cromoestesia?

La cromestesia è il sottotipo “colorato” di una condizione medica chiamata sinestesia. Non si tratta di una malattia, bensì di una particolare conformazione neurologica: in chi è affetto da sinestesia le parti del cervello preposte ai sensi comunicano tra loro in maniera del tutto particolare. Ecco che allora è possibile sentire il gusto di un colore o ascoltarne il suono. La sinestesia “naturale” è una particolarità molto rara, che interessa tra lo 0,05% ed il 4% della popolazione mondiale; può essere anche indotta artificialmente, come effetto collaterale di determinati farmaci o droghe (ad esempio l’LSD).

La cromoestesia nell’arte

Uscendo dall’ambito scientifico, capiamo subito quanto la cromestesia possa dare stimoli estetici dirompenti in chi osserva o crea opere d’arte. Per un artista cromestetico i colori assumono un tono emotivo e una concretezza assoluti e le sue opere ne saranno inevitabilmente influenzate. Anche se la maggior parte di noi non potrà percepire i colori sulla tela come li “sente” un creatore cromestetico, è però sicuro che parte dell’emozione originaria trapelerà dal quadro e riuscirà a contagiare anche gli spettatori. 

Artisti con il dono della cromestesia

Sarete curiosi di sapere se, tra gli artisti famosi degli ultimi secoli, ce ne sia stato qualcuno con il dono della cromestesia! La risposta è sì, e alcuni nomi famosi devono certamente parte del loro successo a uno straordinario feeling con il colore e la musica. Vediamone alcuni.

Vincent Van Gogh (1853-1890)

Chi non ha mai provato fascino e stupore per i vibranti colori di Van Gogh, i quali ancor oggi suscitano in noi forti emozioni? In anni recenti, l’associazione americana di sinestesia (ASA) ha analizzato gli scritti e le lettere del famoso pittore per determinare se avesse percezioni di tipo sinestetico: ne è emerso che effettivamente Van Gogh aveva il dono della cromestesia. Nelle lettere al fratello Theo, Vincent descrive i colori come stimoli sia visivi che uditivi: egli sentiva suoni acuti nei colori più intensi. A un certo punto della sua vita Van Gogh decise di studiare musica, ma le sue prime esperienze con il pianoforte lo misero a disagio: ogni nota sulla tastiera restituiva prepotentemente ai suoi sensi la vista di un colore. Forse Van Gogh è tra i più alti esempi di cromestesia applicata all’arte, perché ancora oggi nelle sue tele rimane traccia delle forti percezioni sensoriali che lo ispirarono.

E forse una cromoestesia così “invadente” spiega anche alcuni suoi comportamenti ossessivi. Trovate qui un articolo interessante che cerca di distinguere tra sinestesia e allucinazioni, indagando sulle possibili conseguenze psicologiche di una sinstenesia profonda.

cromoestesia nell'arte

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis (1875-1911)

Questo artista è molto famoso in Lituania, la sua madrepatria, ma ancora poco conosciuto da noi. Eppure fu uno straordinario pittore e compositore.  Čiurlionis visse in un’epoca dominata dalla corrente artistica del simbolismo, per la quale la sinestesia era un ideale da raggiungere: la possibilità di mescolare i sensi per arrivare a una percezione “totale” di un quadro o di uno spartito musicale era ciò che gli artisti e il pubblico desideravano sperimentare. Čiurlionis, che aveva in sé il dono della cromestesia, fu in grado non solo di inserirsi nello spirito dell’epoca creando opere nelle quali il colore e la musica dialogavano sottilmente tra loro, ma anche di andare oltre, approdando cioè all’astrattismo. E cosa meglio di un quadro astratto riesce a fare del colore il catalizzatore di significati e di sensi fisiologici ed emotivi?

 

Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866-1944)

Anche il celeberrimo Kandinskij, “padre” dell’arte astratta, da giovane era un simbolista: oltre a dipingere suonava il violoncello e si impegnava attivamente per portare le avanguardie europee nella sua Russia. In tutta la sua ricerca futura, la musica giocherà sempre un ruolo di primo piano: non solo per l’ideale sinestetico appreso dai simbolisti, ma anche per la sua dote personale, la cromestesia. Kandinskij associava ogni colore al suono di uno strumento musicale, e accostava perciò i toni sulle sue tele come per creare una ideale sinfonia. Per lui il giallo suonava con voce di tromba, il blu era un flauto, il rosso era una tuba; l’arancione una campana, il viola una zampogna, il verde un violino; il bianco era una pausa (silenzio musicale), mentre il nero era il silenzio vero e proprio, la fine. Forse nessun altro pittore ha saputo valorizzare la cromestesia a livello teorico e tecnico come fece Vasilij Kandinskij.


Aleksandr Nikolaevič Skrjabin (1872-1915)

Chiudiamo la nostra carrellata con un esempio “inverso” di cromestesia. Skrjabin, pianista e compositore, non si dedicò mai alle belle arti, eppure il senso del colore era per lui prepotente e giocava un ruolo fondamentale nella sua musica. Animo acuto e propenso alle sperimentazioni, Skrjabin arrivò a progettare una tastiera luminosa che fosse in grado di restituire al pubblico i colori che egli vedeva chiaramente nelle sue note. Per Skrjabin l’arte non era fatta di camere stagne nelle quali incasellare ogni disciplina artistica, era piuttosto una grande fontana alla quale ogni creatore, senza distinzioni di sorta, potesse bere. Per lui la musica non era un suono astratto, una voce immateriale, era invece colore, gusto, tatto, vita.

E per chi non prova spontaneamente la cromestesia?

Anche se la cromestesia è un dono innato che solo poche persone posseggono, anche i “normodotati” possono provare ad allargare gli orizzonti della percezione, come facevano ad esempio i simbolisti. Entrare in contatto con la bellezza dei colori e provare a immaginare – “che suono assocerei a questo prato verde?” – “che colore mi evoca il campanello di casa?” – ci aiuta a entrare in modo sempre più personale all’interno dell’universo artistico e a comprendere meglio le nostre opere preferite. In fondo tutta l’arte, che si tratti di musica, di pittura o di scrittura, ha il compito di evocare in noi un sistema di emozioni complesso che non si esaurisce quasi mai negli stimoli “semplici” di un unico senso. Forse siamo tutti un po’ cromesteti, o iniziamo ad esserlo quando la nostra passione per la bellezza ci spinge a penetrare sempre di più nei suoi misteri, cercando di replicare in noi l’emozione che un artista ha nascosto nelle sue opere.

Piccola storia sinestetica

Sebbene io sperimenti la sinestesia soltanto in rare occasioni (come nel caso dei mesi, di cui raccontavo all’inizio), ci sono occasioni in cui le sensazioni fisiche sono così precise e presenti, da segnare alcune scelte.

Springwater è una fantasia che ho recentemente ristampato su tessuto misto seta e lana, nata da un disegno su carta che in origine aveva colori molto accesi, con toni di rosso e arancio, e che ho poi manipola in digitale per ottenere questa palette di beige e verde acqua. Mentre ci lavoravo, mi sono resa conto che le mie sensazioni cambiavano radicalmente: quando la guardo in questa versione, sento sotto i piedi una sabbia finissima e ho l’impressione che i suoni si attutiscano, come quando metto la testa sott’acqua. A seconda del momento, queste sensazioni fisiche sono più o meno forti e, per questo motivo, la considero particolarmente speciale e potente.

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Cromofobia: una lunga storia di conformismo

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interior design cromofobico - storia del colore - Artistante

Parliamo e ci vestiamo da cromofobici

Quando si parla di una persona e la si definisce “colorita”, cosa vi viene in mente? Di solito, è un modo benevolo di criticare una condotta frivola, un po’ sopra le righe, addirittura volgare. Il linguaggio colorito, infatti, è quello infarcito di volgarità e un ambiente colorito è quello in cui ci si lascia andare a comportamenti spontanei, non mediati dalle rigide regole della società chic.

Non è qualcosa su cui riflettiamo spesso, ma la fama del colore, nel nostro linguaggio e nella cultura occidentale in generale, non è quasi mai positiva e, se lo è, lo diventa solo in contrapposizione ad una regola aurea che ad alcuni può andare stretta.

Il sistema, la retta vita, la civiltà, la purezza, la classe, l’eleganza sono tutti concetti che, almeno in occidente, rigettano il colore, tanto che si parla di cromofobia della cultura occidentale

Il colore, sia nella filosofia estetica che nell’immaginario collettivo, rappresenta due ordini di concetti.

Il primo, legato al primitivo e al tribale, ci parla di un caos non ancora dominato dalla ragione e non conformato alla civiltà progredita.

Il secondo, legato al rifiuto della cultura dominante, assume connotati addirittura eversivi, quando non folli. E dove c’è follia, troviamo anche la femminilità: una donna che sfoggia colori sgargianti è certamente più tollerata di un uomo che volesse indossare un cappotto giallo su un completo verde lime. A meno che, ovvio, non sia gay, e quindi, come la donna, emarginato e/o emarginabile.

Cromofobia, storia del colore nella cultura occidentale - Artistante

Cromofobia: una storia antica

Da dove viene questa accezione ghettizzata del colore? Ne possiamo trovare traccia molto lontano nel tempo, radicata nella filosofia classica. Intanto, color ha, in latino, la stessa radice di celare, perché, come un cosmetico, è fatto per nascondere, ma già Aristotele, per il quale il colore era pharmakon, ossia droga, relega il colore alla cosmesi, scrivendo nella Poetica: 

Se si versano a caso dei bei colori, non si ottiene lo stesso piacere che se si disegna in bianco un’immagine. 

Di questa citazione mi piace quel a caso che secondo me la dice lunga.

Che il bello sia nella forma e nel tratto del disegno, non nei colori, è una convinzione che è sopravvissuta ai secoli. Sappiamo oggi che l’architettura e la scultura greco romana erano assai più colorate di come le ammiriamo oggi, ma, nell’iperuranio delle idee pure di bellezza e arte, il colore non è mai entrato.

Prendete il dibattito medievale sul colore, che vede contrapposti fior fior di teologi intorno al suo significato divino. Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell’ordine cistercense, fu tra i più valorosi e accaniti cromofobici del suo tempo, ed impose all’interno e all’esterno degli edifici religiosi, il candido rigore che pretendeva per le anime. Trovò sicuramente degli oppositori e, infine, il gotico inondò le navate delle luci policrome delle vetrate, eppure la bellezza e la purezza non hanno mai smesso di essere associate al bianco o all’assenza di colore.

Cromofobia - storia del colore - Artistante

Secoli dopo, nella Critica del Giudizio Kant ci spiega, di nuovo, che i colori che ravvivano il disegno sono attraenti per i sensi, ma non lo rendono degno dell’intuizione del bello. Il bello è dominio dell’intelletto e, non solo fa a meno del colore, ne può anche essere distolto, perché i colori ci influenzano in modo quasi patologico.

Arriviamo così al XIX secolo e alla critica dell’arte di Charles Blanc – non vi pare un nome significativo per un cromofobico? A più riprese Blanc affronta la dicotomia tra forma e colore, sancendo l’assoluta superiorità della prima sul secondo.Questo passaggio è particolarmente significativo

L’unione del disegno e del colore è necessaria per generare la pittura esattamente come è necessaria l’unione dell’uomo e della donna per generare l’umanità, ma il disegno deve conservare il suo predominio sul colore. Altrimenti la pittura precipita verso la sua rovina: cadrà ad opera del colore proprio come l’umanità cadde ad opera di Eva.

Eccolo: il colore è caduta, e quindi femmina. Non solo, il colore è anche poco evoluto, come ci spiega in un altro passaggio, in cui affronta il tema del linguaggio e afferma che gli uomini, all’apice della piramide, usano il linguaggio verbale, gli animali usano i versi e la gestualità, mentre agli esseri completamente inanimati, ossia ai minerali, non resta che il colore. Come se le gemme fossero colorata, in quanto incapaci di parlare.

Il colore, dunque, è la caratteristica peculiare delle forme inferiori nella natura, mentre il disegno diventa il mezzo di espressione, tanto più dominante, quanto più in alto saliamo nella scala dell’essere.

La Cromofobia ai giorni nostri: cinema, arte e vita quotidiana

A questo punto, c’è da chiedersi come stiano le cose ai giorni nostri. All’inizio, ho fatto due esempi che ci raccontano di come la diffidenza verso i colori sia ancora radicata nel modo di esprimerci e di apparire. Anche quando non indossiamo una divisa, siamo molto meno inclini a utilizzare palette di colore personalizzate sui nostri gusti di quanto pensiamo. L’accettazione nella società passa anche da un prudente minimalismo, che ci fa trovare d’accordo su una serie di dogmi, come quello che il nero addosso sia elegante, sempre e comunque, e il bianco e il beige siano ideali per qualsiasi tipo di arredamento. 

Il colore viene apprezzato nella sua accezione esotica, come un alieno interessante, che ci fa sognare di civiltà lontane o di travolgenti momenti di follia – positiva solo quando, appunto, momentanea. 

cinema - colore e cromofobia - storia del colore - Artistante

Un esempio? Quanti film vi vengono in mente che usino il colore per rappresentare una realtà alterata? Come Paura e Delirio a Las Vegas (colore come pharmakon, di nuovo), ne potrei citare moltissimi. Ma anche senza tornare sulla associazione diretta fra droga e colore, ci sono registi che praticamente si sono specializzati nel colore per poter narrare le loro storie con un registro che potremmo definire “realismo magico”, contestualizzando trame assurde in un ambiente più che propizio. Wes Anderson, per dirne uno: chi non ha apprezzato I Tanenbaum e Gran Budapest Hotel anche dal punto di vista cromatico probabilmente non ha colto uno degli aspetti portanti.

Il colore, insomma, è una caduta (la droga) o una fuga (il realismo magico), ma, in entrambi i casi, non fa parte del quotidiano, del normale e, in senso lato, neppure del giusto.

storia del colore - arte primitivista - Artistante

Henri Matisse

Passiamo all’arte contemporanea. Intanto, la rivalsa del colore sulla forma , ad esempio nell’impressionismo e nell’espressionismo, rappresenta una vera e, inizialmente, osteggiata rottura. I movimenti artistici di quel periodo erano considerati primitivi, non solo da chi li disprezzava, ma persino da chi li promulgava: il fauvismo e tutti i movimenti primitivisti si facevano portatori di un linguaggio che ricercava nel colore proprio un ritorno ad una spontaneità che si contrapponeva ai rigidi dettami della Accademie. Insomma, il colore era rottura e regressione, da qualunque parte la si voleva guardare. E dove è finito, oggi, tutto quel colore?

Piero Manzoni, arte contemporanea e cromofobia

Piero Manzoni – Achrome

Facendo un giro in qualsiasi galleria d’arte, soprattutto le più chic, vi renderete conto che lo spazio è quasi interamente occupato da opere materiche, spogliate di colore: penso alle opere di Fontana, Manzoni, Castellani e discepoli. Quando il colore compare, assoluto ed esibito, è spesso pura provocazione.

Ma torniamo a noi, alla vita di tutti i giorni, ai nostri gusti personali e alla nostra percezione. Leggendo questo articolo, quanti di voi si sono accorti di essere inconsciamente cromofobici?

Personalmente, non conosco più che una manciata, fra uomini e donne, che potrei definire sicuramente affetti da una forma incurabile di cromofobia. Eppure, persino io, che credo di avere un’altissima tolleranza al colore, finisco con il conformarmi.

Enrico Castellani - arte contemporanea e cromofobia - storia del colore

Enrico Castellani

Cromofobia e conformismo

Conformismo e Cromofobia vanno a braccetto. Le divise ci piacciono, anche se fingiamo che non vogliamo che ci vengano imposte. Quello che è tragico, però, non è voler essere accettati: l’accettazione è una necessità dell’uomo e non ha senso sbandierare un presuntuoso solipsismo. L’aspetto veramente inquietante è voler essere accettati DA TUTTI. Pretendiamo di essere universalmente accolti, di piacere o comunque di non risultare sgradevoli, a prima vista, mai e a nessuno.

Forse per questo, accettiamo di buon grado il dress code, pure per andare in giardino a potare la siepe o per prendere un caffè con gli amici. Non parlo, ovviamente, di quelle basilari regole di decenza che dovrebbero essere sempre seguite per rispetto del prossimo e del contesto: è ovvio che non andrò in ufficio in prendisole e infradito, ma mi chiedo spesso come mai non mi sia mai comprata un completo verde ottanio, che per altro mi starebbe benissimo, soprattutto abbinato ad una borsa magenta. 

In parte, non l’ho mai fatto perché, a meno che non sia l’anno in cui va di moda il verde ottanio, non troverò in nessun negozio un completo di quel colore, ma sarei disonesta se dicessi che questa conformità dell’offerta di mercato (una non-offerta, a ben vedere) mi abbia creato un reale disagio.

Almeno fino adesso.

Colore come evoluzione

Cosa è successo? Al contrario di quanto abbiamo detto sul suo carattere primitivo, credo che nella mia vita il colore rappresenti un’evoluzione. Si tratta di una parte della personalità che è cresciuta, si è formata una propria griglia di “mi piace” e “non mi piace” ed ha acquisito consapevolezza. Il nero, il bianco e tutte le sfumature intermedie continueranno a piacermi, ma come colori alternativi ad altri, e non come assenza di colore. 

In sostanza, credo che accettare la nostra personalissima preferenza in fatto di colore sia un passo avanti verso il dominio della ragione sull’inconscio, e non una regressione infantile, come spesso viene interpretata. Arrenderci alla cromofobia ci fa fare scelte comode e rassicuranti, e farci stare comodi è tipico dell’istinto di sopravvivenza, non dell’intelletto. 

Forse non saranno le scelte personali a cambiare 2000 anni di cultura innestati sulla cromofobia, ma credo che, nel nostro piccolo, valga la pena affrontare l’argomento con maggiore consapevolezza, per recuperare un ingrediente in più, che può fare davvero la differenza nella quotidiana esperienza della realtà e nel piacere che possiamo trarne. 

David Batchelor, Cromofobia - storia del colore - Artistante

David Batchelor

Note e ringraziamenti

Moltissimo di questo articolo si deve a Cromofobia di David Batchelor e al suggerimento di una lettrice che mi ha proposto l’argomento attraverso il sondaggio che ho indetto a luglio 2021. Per questo ringrazio tutti i miei lettori: siete capaci di stimolare in me il piacere per la ricerca, l’approfondimento e la condivisione.

Il tessile e la chimica: a che punto siamo?

Il tessile e la chimica: a che punto siamo?

L’industria tessile in Italia e l’evoluzione ideologica

L’industria tessile e dell’abbigliamento rappresenta uno dei settori più importanti dell’industria manifatturiera italiana, primato che le spetta da secoli e che caratterizza il Made in Italy, in questo settore, come uno dei più prestigiosi al mondo, forte di una tradizione apprezzata sia in occidente che in oriente.

La filiera tessile è fortemente radicata nel nostro territorio: penso principalmente ai distretti industriali di Prato, Biella, Como, ma ce ne sono molti altri che vantano una lunga tradizione che, negli ultimi decenni, ha dovuto fare i conti con l’innovazione tecnologica, ma anche ideologica.

Parlo di innovazione ideologica riferendomi ai movimenti che hanno portato ad una crescente attenzione per la sostenibilità della produzione tessile e per la tutela tanto dell’ambiente, quanto della salute del consumatore.

Negli ultimi 20 anni il tema della sostenibilità è letteralmente esploso, e non poteva non coinvolgere un argomento a me molto caro: i colori. Se leggete il ColorBlog, vi sarete già imbattuti in considerazioni che riguardano la tossicità dei pigmenti e dei colori industriali e di come la ricerca si stia muovendo per ottenere colori atossici.

La ricerca, però, è ancora lontana dal proporre coloranti industriali privi di rischi. Per questo motivo, enti internazionali e la stessa CE si stanno dotando di regolamenti appositi, con lo scopo di valutare il rischio delle diverse sostanze chimiche utilizzante nei processi industriali, abolire l’utilizzo di quelli più pericolosi, e promuovere l’utilizzo di processi produttivi sempre più ecologici e sicuri.

Certificazione REACH e le campagne per la moda sostenibile
certificazione REACH

Il regolamento REACH: cosa è e perché è importante

Il Regolamento (CE) n.1907/2006, cosiddetto REACH, è una normativa in vigore dal 2007 che stabilisce quali sostanze e quali composti chimici possano essere utilizzati nei processi industriali in Europa e con quali modalità. 

REACH sta per Registration, Evaluation, Authorisation and restriction of Chemicals, e non è una semplice certificazione, ma non regolamento comporto da 141 articoli, molti dei quali interessano da vicino il comportato tessile. Il regolamento viene continuamente aggiornato e ha diversi scopi:

  • Informare circa il rischio derivato dall’utilizzo di determinati prodotti chimici, sia rispetto alla salute che rispetto all’ambiente, e prevenire tale rischio.
  • Promuovere le sviluppo di metodi alternativi di produzione, ma anche di test: scoraggia, infati, i test condotti digli animali.
  • Mantenere alta la competitività dei prodotti europei, puntando sulla qualità, la sicurezza e la sostenibilità.

Si tratta, quindi, di un passo molto importante verso una rivoluzione ecologica, anche se ancora non è ancora sufficiente.

Detox my fashion: il movimento che vuole rivoluzionare il tessile

Nel 2011 GreenPeace ha dato vita ad un movimento che va al di là dei confini europei: con Detox My Fashion si punta ad una moda più sostenibile e si cerca di stravolgere i criteri produttivi, intervenendo soprattutto sulle filiere della fast fashion e delle grandi maison di moda. E, a differenza del regolamento europeo, Detox my fashion si rivolge al mercato globale e vuole coinvolgere anche paesi come la Cina e l’India.

detox my fashion

Oltre ai regolamenti: per la rivoluzione ecologica, occorre investire nella ricerca.

Stiamo quindi assistendo ad un ripensamento di tutti i processi produttivi, secondo linee guida virtuose. Ma quando si parla di rivoluzione sostenibile dell’industria, non è possibile escludere dal contesto la ricerca scientifica e tecnologica. Ingenuamente, si tende ad attribuire una corrispondenza tra alta tecnologia e inquinamento e, per contro, ad assimilare il “naturale” a qualcosa di sicuro ed atossico per noi e per l’ambiente. Niente di più sbagliato: come molti di voi già sanno, la maggior parte dei pigmenti in uso fin dall’antichità sono velenosi e fortemente tossici, sebbene naturali e non frutto di processi chimici.

Finché non si investirà fortemente nella ricerca, non si può fare molto altro che evitare sostanze chimiche pericolose usandone altre meno pericolose, che è già un ottimo passo avanti, ma non è la soluzione. Oppure, possiamo aspettare che nuovi pigmenti, finalmente atossici vengano fuori per caso, come è successo per il Blu YInMg. Ma ci conviene?

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Foulard, fra moda e arte

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La mia passione per le sciarpe, le stole e i foulard è legata al fatto che ognuno può essere interpretato come un’opera d’arte da portarsi al collo, concetto che Hermés ha portato in auge, pur non avendolo inventato.

Ed è proprio questo matrimonio fra arte e moda che ha fatto del foulard l’idea regalo ideale per molte occasioni, soprattutto quando si scelgono pezzi curati artigianalmente e caratterizzati dalla cura pittorica della fantasia.

Scopriamone la storia per #artistantecolore.

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Le umili origini del Foulard

Il foulard è un un quadrato di stoffa leggera che coniuga lo stile alla praticità. A differenza di altri ornamenti, puramente estetici, il foulard deve il suo successo alle molte applicazioni pratiche. Basta pensare all’uso che se ne è fatto nella storia, a cominciare dai soldati, che portavano una sorta di bandana colorato che aveva lo scopo di designarne l’appartenenza ad un determinato corpo, fornendo allo stesso tempo protezione, se necessario, dal vento, dalla sabbia o dal sole.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Lui lo conosciamo tutti, giusto?

Anche i contadini usavano i “fazzolettoni” per proteggersi dal sole, la cui versione elegante veniva indossata in chiesa dalle donne, sul capo e per coprire le spalle e il décolleté.

In questo ambito, ho sempre ammirato lo stile delle donne ciociare: per tradizione, il fazzolettone, piegato a rettangolo e appuntato sui capelli, era abbinato ad un altro foulard coprispalla e a monili rigorosamente di corallo. Il risultato è talmente caratteristico e scenografico, da venire immortalato in numerose opere d’arte. Per gli artisti europei del 1800, la modella ciociara divenne un soggetto ricercato, tanto che le ragazze presero a curare la loro immagine, nella speranza di fare da modelle, magari sullo sfondo dei tipici paesaggi dell’agro pontino.

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Il foulard nella moda del 1900: le luci della ribalta

Durante il secolo scorso, soprattutto in funzione della domenica, il foulard ha via via conquistato il suo posto nella storia del costume, facendo la sua comparsa in versioni sempre più decorate e sofisticate sulle teste delle signore abbienti e a decorazione anche dell’abito più semplice, che veniva così nobilitato nella sua versione da festa.

Ma è con la moda degli anni ‘50 e ‘60 che diventa l’oggetto di culto che conosciamo oggi, reso immortale da icone di stile, come Audrey Hepburn e Grace Kelly.
Dobbiamo però fare un un passo indietro: se parliamo di foulard non possiamo proprio evitare di parlare della Francia e di Hermes.

➞ Leggi anche: Come si indossa il foulard

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

Il foulard, dai primi carré di Hérmes ad oggi

L’origine del foulard decorato con fantasie artistiche, come lo intendiamo oggi, è da ricercarsi nell’industria serica di Lione, molto florida nel XVIII secolo, e che ha lanciato la moda del “ritratto di seta tessuta”, veri e propri quadri, con scene didascaliche, a volte satiriche, dedicate a fatti storici o personaggi famosi. Nasce quindi il magico connubio fra l’accessorio di seta e l’arte, dove la seconda comincia a prevalere sulla funzione.

Questa caratteristica mondana e artistica dei tessuti di Lione viene ripresa in tono ironico da Hermés quando, nel 1937, ad un secolo dalla nascita e quasi 20 anni prima del successo della borsa Kelly,  produce il primo Carré, “Jeau des Omnibus et Dames Blanches”.

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Il disegno era costituito dal tabellone di un gioco da tavola francese molto popolare nella seconda metà del 1800, simile al Gioco Dell’Oca. Il gioco, a sua volta, si rifaceva a Dames Blanches, il nome di una compagnia di trasporti pubblici in carrozze trainate da cavalli. La tavola riprodotta sul foulard è ancora custodita nel Museo Hermès, insieme ad altri oggetti cui si ispirarono negli anni gli illustratori che hanno dato vita alle storiche fantasie, definite “titoli”, che ogni anno Hermes presentava nel suo catalogo, denominato “Suggestions”, che è un po’ come dire “consigli per gli acquisti”.

I primi illustratori, ingaggiati da Robert Dumas, furono Hugo Grygkar, tutt’ora considerato il vero padre dei foulard Hermés, e Philippe Ledoux, che portarono questo accessorio alla fama, giocando sapientemente sul confine tra moda e arte. E l’arte è il valore aggiunto che Hermés non ha mai tradito, selezionando artisti da tutto il mondo e scegliendo per le sue fantasie un mix di temi classici e contemporanei, tutti capaci di narrare e intrattenere.

storia del foulard, fra moda e arte, il foulard come accessorio e come opera d'arte, dall'antichità ad Hermes

A proposito di narrazione, ecco “Lettre de Napoleon a Murat” del 1947, uno dei miei preferiti.

Fra gli ultimi titoli, questa creazione di Octave Marsal, intitolata “La Cite Cavaliere“, è particolarmente interessante. Ispirato a un’incisione del XVII secolo raffigurante una vista a volo d’uccello di Parigi, il giovane designer reinventa il paesaggio stradale della capitale francese. L’incisione originale era opera di Matthäus Merian il Vecchio, un incisore svizzero-tedesco noto per le sue numerose edizioni di mappe. Con licenza artistica, Marsal mappa il corso della Senna, le mura cittadine ei monumenti di una Parigi da sogno, creando una Cité cavalière con la sagoma di un cavallo al centro. Il tema equestre, caro ad Hermés fin dagli albori, è un omaggio che sottolinea in modo elegante il legame tra la Maison e Parigi. La mappa  è ricca di riferimenti culturali e storici e di curiose apparizioni. Vale la pena scrutarla per cogliere anche il più piccolo dettaglio.

Ringrazio Commozioni.Arte per la segnalazione.

Hermes, la storia del foulard di seta - appunti di storia della moda, blog di arte e design Artistante
foulard di seta italiana, orlo a mano, fantasie ARTISTANTE

Foulard ARTISTANTE

Dopo due anni di gestazione, ho ache io inaugurato la mia linea di Carré. Ho disegnato ogni fantasia immaginando la resa sul formato quadrato, con un insieme pittorico che, legato al collo e nascosto nelle piege, restituisse un effetto colore comunque riconoscibile.

Dopo di che, mi sono data da fare per trovare la seta giusta, lo stampatore ideale e le mani sante di sarte esperte, che li orlassero a mano, per un prodoto di artigianato artistico Made in Italy

Sono sei diverse fantasie, ognuna con una sua piccola storia da raccontare.

Scopri i Foulard 

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La seta oggi in Italia

Iniziamo dalla fine: in Italia, non si produceva più la seta dall’ultimo dopo guerra. Abbiamo continuato a tessere il filato, che compriamo per lo più in Cina, ma solo nell’ultimo decennio alcuni piccoli imprenditori e cooperative hanno reintrodotto in Italia la bachicoltura, alcuni con intenti industriali non ancora del tutto espressi, altri per amore della tradizione dell’artigianato artistico (trova i riferimenti in fondo all’articolo).

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Il declino della seta in Italia ha a che fare con molti fattori, dai pesticidi utili ai frutteti, che però hanno decimato i gelsi, fino alla concorrenza cinese e alla difficoltà di organizzare un lavoro che veniva gestito in campagna, affidato, casa per casa, soprattutto a donne e bambini, e che ha mal tollerato la forte urbanizzazione degli anni ‘60.

Per farci un’idea, negli anni ‘50 solamente in Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri, tutte rapidamente scomparse nel decennio successivo.

Evidentemente, però, non tutti erano pronti a gettare la spugna, perché il Centro ricerche Agricole ha per decenni conservato i “cavalieri”, ossia 193 diverse razze di Bombyx Mori, la falena della seta, e li sta ora mettendo a disposizione di chi vuole ricominciare ad allevarli.

Come si allevano i bachi da seta

Se credete che sia un lavoro semplice è perché non conoscete queste larve capricciose. Partiamo con il dire che le razze addomesticate sono state selezionate per avere un ciclo di vita molto più rapido di quello naturale e per produrre molta più seta, ma questo le ha rese creature molto fragili e suscettibili a diverse malattie. Le falene adulte sono creature così delicate, che non sono neppure capaci di volare. Depongono circa 500 uova dalle quali, in pochi giorni, nascono delle larve piccolissime, a malapena visibili ad occhio nudo, che fanno una sola cosa: mangiare.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Sono così fameliche, che nei capannoni dove vengono nutrite, esclusivamente a foglie di gelso, si sente un rumore costante, come di acqua scrosciante. Le foglie devono essere asciutte, ma fresche e, soprattutto, non calde di sole, o le larve potrebbero morire. Si calcola che per produrre un chilo di filato siano necessari 220 chili di foglie.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Dopo aver più che decuplicato le loro dimensioni nel giro di poche settimane, i bachi sono pronti per imbozzolarsi. Cominciano a produrre il bozzolo con un unico, lunghissimo filamento di bava, protetto dalla sericina, una specie di gomma che rende compatti i bozzoli. Sapete quanto è lungo ognuno di questi filamenti? Dipende dalla razza. Quella pura arriva alla bellezza di 250 metri, ma un “cavaliere ibrido” ne può produrre 1200 e, per crescere, ci ha messo solo 28 giorni. Una macchina.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Come si produce la seta

Quando il bozzolo è pronto, lo si ripulisce dalla peluria esterna (che potrà servire per delle imbottiture) e quindi il baco viene ucciso con vapore ad alte temperature, prima che rischi di rovinare il suo stesso capolavoro, tagliandolo dall’interno per uscire come falena. Poi il bozzolo viene immerso in acqua bollente, per dissolvere la sericina e trovare il capofilo: un tempo, erano le ragazzine a compiere questa delicata operazione, immergendo le mani nell’acqua bollente. Abbiamo ancora le immagini di questa dolorosissima fase, per esempio grazie ai documentari sull’industria serica italiana dell’istituto Luce, roba, insomma, di 60 anni fa. Ora immaginate lo stesso identico gesto, ma, al posto della filandera lombarda o veneta, metteteci una ragazzina cinese del 5000 a.C: le stesse dita scorticate, per 7mila anni.

Storia della Seta: dalla Cina, 7.000 anni fa

Sebbene la sericoltura sia arrivata in occidente solo nel VI secolo d.C., tramite l’Impero Bizantino, in Cina il procedimento era noto da millenni. La leggenda narra che a scoprirne il segreto fu una giovane imperatrice che sorseggiava il suo tè sotto ad un albero di gelso. Un bozzolo cadde nella tazza calda e, magia, si disfece in una matassa di cui lei trovò il capo, per poi svolgerlo per tutto il giardino.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Leggende a parte, sappiamo che il baco da seta veniva allevato già nel neolitico da alcuni reperti archeologici: non abbiamo trovato la seta, che ovviamente è soggetta a decomposizione, ma sono stati rinvenuti alcuni attrezzi e addirittura immagini dipinte su ceramica che potrebbero riferirsi alla bachicoltura.

Tutto ciò che possiamo ricavare sulla storia della seta in Cina si ricollega a due aspetti fondamentali, sopravvissuti fino a tempi recenti: la seta è sacra e la seta è femmina. Si ha notizia di una divinità femminile della seta dal XVI secolo a.C. e molti proverbi cinesi, così come le incisioni sugli ossi oracolari, ripropongono la stessa immagine: l’uomo ara, la donna fila e tesse – e, in questo modo, paga le tasse.

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Seta: Seduzione e Arte

Essendo femmina, la seta seduce. Il concetto era talmente ovvio, che nei secoli intorno alla nascita di Cristo i cinesi ci avevano fondato un’intera strategia difensiva. Stanchi e provati dalle incursioni degli Xiongnu, nomadi della mongolia settentrionale, i cinesi pensarono bene di cominciare a riempirli di regali, soprattutto di seta, un bene che per i guerrieri mongoli non aveva nessuna utilità. Eppure, i mongoli cominciarono a vendere i propri cavalli ai cinesi per ottenere altra seta. I cinesi non ne furono sorpresi. Un funzionario Han, nell’81 a.C. scrisse: “ un pezzo di seta cinese semplice può essere scambiato con Xiongnu per beni che valgono molti pezzi d’oro, e così si vanno a intaccare le risorse del nemico. Muli, asini e cammelli penetrano la frontiera, e così i cavalli, ed entrano in nostro possesso”.

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Come in questa occasione, sappiamo bene che la seta è protagonista per millenni di scambi commerciali e strategie economiche e politiche, al pari dell’oro. E, come l’oro, è stata anche espressione artistica. Fin da tempi molto antichi, una volta preparato, il panno di seta veniva adornato con disegni e pattern, utilizzando tinte di origine minerale o inchiostro nero, ricavato spesso dalla fuliggine. Quest’ultimo era utilizzato per la calligrafia, che rientrava tra i principali utilizzi della pittura su seta. Essendo la carta poco utilizzata, interi poemi sono stati scritti su seta, quindi in Cina la seta fu protagonista di almeno tre diverse espressioni artistiche: la pittura, il ricamo e la letteratura.

La seta: lavorazione della seta e storia. Storia dell'arte e del design ARTISTANTE

Alcune imprese e cooperative hanno riportato la bachicoltura in Italia

Ad esempio:
In Veneto: Seta Etica
In Calabria: Nido di Seta

Piccole note storiche sulla bachicoltura in Lombardia, grazie a @LaMerlettaia su Twitter:

Dell’importanza della seta nei secoli passati anche in terra milanese, resta memoria nei detti popolari. Il più famoso: “A Milan anca i murun fan l’uga” (A Milano anche i gelsi fanno l’uva), come a dire che in questa città si produce ricchezza per l’operosità della sua gente.

Nei testamenti dei secoli passati, si citavano le viti e i gelsi: entrambi erano fonti di ricchezza. Anche nelle relazioni delle visite pastorali nell’estesa diocesi milanese venivano citati i gelsi e il loro numero:come fonte di reddito per i curati,veniva censita a fini fiscali.

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Ex Libris, storia e significato

Ex Libris, storia e significato

Cos’è l’ex libris?

Ex libris è un timbro che si appone sul frontespizio dei libri per designarne l’appartenenza ad una famiglia, ad una biblioteca o ad una persona.

“Dai libri di…” è il significato della locuzione latina.

La storia di questa forma d’arte di nicchia ha avuto fortune alterne, di pari passo con l’importanza acquista, o perduta, del suo supporto: il libro.

Minimalisti, allegorici, complessi, artistici, funzionali, araldici, a timbro, a punzone, a stampa, a bottello, a incisione… L’arte degli Ex Libris si è servita di tecniche diverse ed è mutata di pari passo con la tecnologia, reinventandosi con il progredire del pensiero. Dalla tarda antichità fino ad oggi, vale la pena riflettere sull’evoluzione di questa forma d’arte di nicchia che, se è vero che ha avuto fortune alterne nei secoli, non è mai del tutto scomparsa. Neppure oggi, dopo la rivoluzione digitale.

Quando nascono gli ex libris

Possiamo considerare una protoforma di Ex Libris le annotazioni manuali sui frontespizi dei codici tardo antichi e medievali, che divennero più frequenti nel rinascimento. Queste annotazione avevano intenti diversi. Raramente, si poteva trattare della firma dell’amanuense che aveva vergato il codice, anche se, fino almeno al rinascimento, questa mancanza di modestia nell’artigiano è assai rara. Più spesso, si trattava dell’annotazione del committente e proprietario del volume, ma c’è anche il caso che l’annotazione ricordasse il donatore. 

Gli ex libris e l’invenzione della stampa

Nel XVI-XVII secolodopo l’introduzione della stampa, il libro perde la sua caratteristica di oggetto unico e riconoscibile rispetto a tutte le copie dello stesso soggetto. La diffusione dell’oggetto stampato, non più riconoscibile dalle altre copie, arricchisce le biblioteche private e fa nascere l’esigenza di volerne marcare la proprietà, dando, però, un’apparenza ornamentale al marchio, che fosse adatta ad esprimere, allo stesso tempo, il livello culturale e l’agiatezza di chi lo possedeva. 

Venne quasi del tutto abbandonata la forma scritta, affidando un simbolo a dei foglietti stampati appositamente, che poi venivano incollati all’interno della copertina. L’uso nacque si affermò in Germania con una sua propria forma artistica. Vi si cimentò, fra gli altri, Albrecht Dürer.

Gli ex libris stampati su foglio e poi inclusi nel libro sono tipici dell’area germanica, dove la stampa e la xilografia erano diffuse e all’avanguardia. In Italia era più frequente il timbro, sia ad inchiostro che a secco, con cui si marcavano le pagine, o  anche il cuoio della copertina.  

Gli ex libris dal 1700 in poi

Fino al XVIII secolo, gli ex libris si limitavano di solito a riportare lo stemma araldico, che tanto bastava a designare la biblioteca di appartenenza. Nel settecento, invece, l’uso del ex libris cambiò carattere e, in risposta alla rivoluzione culturale di quel periodo, assunse la connotazione “privata” che si sviluppò nei secoli successivi.

Era l’epoca dei romanzi d’avventura, impregnati di una nuova morale, più laica e umana. Era l’epoca di libri come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Candido di Voltaire e Robinson Crusoe di Daniel Defoe, ma anche delle pubblicazioni scientifiche e divulgative come La nuova scienza di Giambattista Vico, l’Enciclopedia di Diderot, gli scritti di Rousseau e Montesquiet.

Mano mano che le idee circolavano su carta e che i costumi della borghesia si ingentilivano, anche il collezionare libri entrò a far parte delle abitudini delle famiglie facoltose, sebbene non aristocratiche. Le teorie delle scuole filosofico-politiche venivano dibattute nei caffè e si affermarono usanze come le conversazioni letterarie, eventi in cui signore colte intrattenevano gli ospiti a suon di letteratura e intermezzi musicali. La ricerca dei libri da acquistare per impreziosire la propria biblioteca era diventata un’occupazione che preoccupava le famiglie ricche, insieme alla volontà di accumulare oggetti d’arte, locale od esotica. 

L’elaborazione di ex libris fiorì nelle biblioteche private. Le influenze figurative delle nuove scuole d’arte si sostituirono all’araldica, e l’ex libris passò a identificare una persona, il collezionista proprietario, più che il casato di appartenenza.

La gara a chi si faceva realizzare l’ex libris più interessante ed elegante produsse delle vere opere d’arte in miniatura. Nel XVIII, in Italia, imperversava la moda di includere il nome o il motto del committente in scene elaborate come dipinti.

L’Ex Libris, comunque, rimaneva in qualche modo intrecciato con l’araldica: per quanto l’utilizzo fosse privato e quasi sempre comparisse il nome proprio del proprietario, difficilmente mancava un riferimento preciso alla casata, alla famiglia o alla corporazione di appartenenza. 

Il legame era tale per cui, ad ogni rivoluzione politica, l’Ex Libris subiva gli stessi scossoni cui era soggetta l’araldica.

In epoca di Restaurazione, per esempio, le casate “rinfrescarono” gli stemmi di uso privato, anche quelli usati per ornare i palazzi, i cancelli, le vesti e, in ultimo, i libri.

In ultimo, perché, per un certo periodo, l’Ex Libris sembrò divenne raro e, in Italia, venne praticamente dimenticato. 

Continuava, invece, ad evere fortuna all’estero: per averne un’idea, si dovrebbe avere la fortuna di poter scorrere l’edizione nataliza del 1898 della prestigiosa rivista inglese di arti decorative,  The Studio, che volle raccogliere i più interessati Ex Libris dal punto di vista artistico e sibolico, sia fra quelli inglese, che fra i francesi e i tedeschi, fino a quelli degli Stati Uniti d’America. 
Noi questa fortuna non l’abbiamo, ma per averne un’idea possiamo dare un’occhiata a questa carrellata, tratta da un sito molto interessante per gli appassionati del genere, The Bookplate Society.

Ex libris e Art Nouveau

Si arriva così al 1900: l’omnipervasiva Art Nouveau si impose anche sull’estetica dell’Ex Libris, che, invece che ai quadri, cominciò ad assomigliare alle locandine dei caffè parigini e alle vetrate viennesi. Anche in Italia, l’Ex Libris rinasce e, questa volta, a recuperarlo agli antichi splendori furono, non solo gli artisti, ma i nuovi professionisti del design: progettisti, architetti, industriali, che disegnarono Ex Libris per se stessi e per gli amici.

Le Grandi Guerre Mondiali posero le arti, per lo meno quelle minori, in secondo piano. Alla fine della seconda guerra mondiale, il desiderio di ricorstruire faceva i conti con i postumi della distruzione, ma presto l’esigenza di imparare dagli errori commessi ebbe la meglio sul torpore e nuove iniziative culturali cominciarono a fiorire, di pari passo con le politiche di l’alfabetizzazione di massa. Il libro stava finalmente diventando un oggetto comune. Con le riforme scolastiche, non c’era casa che non ospitasse almeno i libri di uno scolaro.

L’industrializzazione aveva, nel frattempo, escogitato sistemi di produzione sempre meno costosi: i libri cominciarono ad essere prodotti con carta scadente e con rilegature automatizzate, prima a filo e poi, sempre più spesso, addirittura incollate. Da bene di lusso e simbolo di distintivo di una classe sociale, il libro divenne bene di consumo.

Forse a questo dobbiamo il fatto che l’Ex Libris cadde in disuso quasi ovunque: perché impreziosire e reclamare il possesso di un oggetto quasi del tutto privo di valore materiale?

Ex libris ai giorni nostri: rinascita di un’arte di nicchia

Così, ai giorni nostri, pochi fra noi hanno conservato il gusto di possedere un Ex Libris. Del resto, la digitalizzazione e gli e.book hanno trasformato il libro da oggetto a concetto. Non potendo possedere un’astrazione, l’Ex Libris ha perso la sua funzione.

Ma, come è successo per la pellicola in fotografia, la carta sta diventando, per gli amanti della letteratura, un feticcio irrinunciabile. Più la tecnologia smaterializza la lettura, più il libro diviene oggetto di desiderio, l’ancora materiale di una gestualità che sopravvive per passione, se non per utilità.

L’Ex Libris rinasce, proprio in questi anni, come forma d’arte espressione di questo mondo cartaceo, caro a molti, e, a livello mondiale, torna il collezionismo.

 

E tu, hai il tuo Ex Libris?

Raccontami nei commenti cosa pensi: ti piacerebbe possederne uno?

 

Sceli qui il tuo ExLibris da personalizzare

Fonti e risorse online

Per la storia dell’Ex Libris fino al XIX secolo ho tratto alcune delle notizie e delle immagini da questi due volumi:

Gli ex libris italiani. Con 9 tavole e 233 riproduzioni, delle quali 29 eseguite coi rami o cogli zinchi originali – di Bertarelli e David Henry, 1902
Potete consultarlo qui

3500 ex libris italiani – di Jacopo Gelli, 1908
Potete consultarlo qui

Inestimabile Catalogo delle Indie

Inestimabile Catalogo delle Indie

Tesori della Compagnia delle Indie Orientali

Nel 1858, l’impero britannico aveva posto definitivamente fine all’impero Moghul in India, transformandola in una colonia sotto il mandato di un viceré. Dall’India arrivavano in Inghilterra merci di ogni tipo, fra cui cotone, canna da zucchero, caffè, tè e tessuti.

Arrivavano anche manufatti artistici, che venivano esposti all’India Museum, perché la Compagnia delle Indie Orientali ci teneva a darsi un tono, esponendo le ricchezze che procurava alla Corona. Oggi il Museo non esiste più e i manufatti sono stati dispersi in varie collezioni, alcune delle quali sono entrati a far parte del patrimonio del British Museum.
Uno dei direttori del Museo fu tale John Forbes Watson, un medico scozzese, che ebbe il grande merito di aver voluto catalogare i tessuti indiani importati dall’India. L’imponente campionario, in 18 volumi,  fu redatto nel 1866 in 20 copie.
Watson non era un esperto di industria tessile, gli piaceva solo catalogare e collezionare. Era stato in India 3 anni, come medico militare a Bombay, ma per redarre i campionari si serviva principalmente di importatori e commercianti. La maggior parte delle descrizioni dei tessuti sono semplicemente state copiate dalle etichette di cui erano corredati quando venivano acquistati in India.
Ciò nonostante, si tratta di una raccolta di inestimabile valore e, indovinate un po’? Il catalogo è consultabile online. Anzi, direi che l’indicizzazione digitale del catalogo lo ha reso molto più interessante di quanto già non fosse.
Il perché è semplice: l’indicizzazione per attributi permette di compiere ricerche istantanee secondo una miriade di parametri, ricerche che prima avrebbero richiesto giorni, ad esempio per tipo di pattern, ma anche per tessuto, tipo di utilizzo, tecnica di realizzazione.

Godetevi il tour qui: http://tmoi.org.uk

Queste sono le cose belle di internet. Insieme ai gattini, ovvio.
Buona Pasqua a tutti!