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La biro: l’invenzione che ha cambiato il modo di scrivere e disegnare

La biro: l’invenzione che ha cambiato il modo di scrivere e disegnare

La penna a sfera sta per compiere un secolo e da almeno settant’anni è popolare in tutto il mondo. Questa invenzione, che ha soppiantato nell’uso comune la vecchia e macchinosa stilografica, non smette mai di mostrarci le sue infinite possibilità. Piace agli scrittori e ai pittori di ieri e piace, soprattutto, ai giovani artisti di oggi. Addentriamoci nella storia della “biro” e nei suoi usi artistici più interessanti.

La lenta nascita della penna a sfera: tutto ebbe inizio con Leonardo

Chi ha inventato quella che tutti, oggi, chiamiamo “biro”? Questo termine è entrato in uso in italiano grazie allo scrittore Italo Calvino, il quale soleva chiamare in questo modo la penna a sfera, riferendosi al nome del suo inventore: László Bíró. Ma la storia di questa invenzione, come di molte altre, non è tanto semplice e lineare come sembra.

Il primo a concepire l’idea di una penna a sfera fu un personaggio a noi molto noto: Leonardo da Vinci, grande scienziato, artista e…scribacchino! Ma ci vollero diversi secoli perché la sua intuizione di un “ingegno scrittoio” a sfera venisse veramente realizzato.

Dopo Leonardo, a inventare la penna a sfera ci provò un americano vissuto alla fine dell’800, tale John J. Loud. Egli ideò la penna e il meccanismo a sfera inchiostrata, ma il suo prototipo aveva un grave difetto: non scriveva sulla carta, andava bene solo per il legno o altre superfici dure. Era quindi del tutto inutile. Così Loud lasciò perdere e si disinteressò per sempre alla produzione di penne. Ma negli anni ’30 un giornalista ungherese naturalizzato argentino di nome László Bíró scoprì il progetto di Loud e provò a migliorarlo.

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László Bíró, il papà della biro

Da giornalista, Bíró utilizzava la penna quotidianamente e conosceva tutti i difetti delle tradizionali stilografiche, tanto belle quanto scomode: queste penne lasciavano le mani sempre macchiate di inchiostro e, per di più, erano tutto fuorché economiche. Ebbene, Bíró decise di “inventare” finalmente la penna a sfera trovando il modo di farla funzionare, e ci riuscì grazie all’aiuto del fratello chimico. Questi inventò una formulazione di inchiostro, simile a quello tipografico, che si dimostrò più adatto alla nuova penna. Ecco cos’era mancato a Leonardo da Vinci e a John J. Loud: i loro progetti erano validi, solo la composizione dell’inchiostro era sbagliata!

E così László Bíró (1899-1985), finalmente, divenne ufficialmente il padre della “biro”.

L’invenzione fu brevettata in Inghilterra e Ungheria, ma, allo scoppio della guerra, Biró, di origini ebraiche, fu costretto a fuggire e a rifugiarsi in Argentina, dove la penna a sfera fu perfezionata, prodotta e messa in vendita per la prima volta nel 1945.

La penna originale era in metallo, si comprava ad un costo abbastanza contenuto e poi andava semplicemente ricaricata, finito l’inchiostro, con le apposite cartucce.

Penna a sfera e arte: il brevetto di Biro

Marcel Bich e la rivoluzione di plastica

Ma chi trovò il modo di decretare il successo della nuova invenzione fu l’imprenditore francese Marcel Bich, il quale acquistò il brevetto da Bíró e fondò la società, ancor oggi molto famosa, detta Bic. La sua idea era semplice: usare la plastica per fabbricare penne così economiche da poterle gettare via quando esaurite, senza doverle mai più ricaricare. Oggi sappiamo che l’usa e getta è meno conveniente di quanto sembri, ma all’epoca fu una rivoluzione.

Oggi, biro e bic sono nella nostra lingua dei perfetti sinonimi di “penna a sfera”. Tanto è stato il successo dei primi avventurieri della “nuova scrittura”! Un successo che, precisiamo, non sembra destinato a tramontare neppure nell’era degli smartphone e dei computer. Rispetto al passato scriviamo sempre meno, eppure in casa o in ufficio non può mai mancarci un set di biro per appuntare numeri di telefono, spese da fare o fugaci pensieri poetici.

Storia della penna a sfera, la BIC

Un nuovo modo di disegnare e progettare

Immediata e sempre pronta, la penna a sfera inaugura un nuovo rapporto tra idea e realizzazione creativa. Fra i primi a intuirlo fu Giacometti.

Giacometti, storia della penna a sfera nell'arte

Alberto Giacometti (1901-1966)

Il famoso pittore, scultore e incisore svizzero affermò una volta: “di qualsiasi cosa si tratti, di scultura o di pittura, è solo il disegno che conta”. Questa sua fede nel disegno, non certo scontata, lo portò a realizzare moltissimi schizzi e opere su carta (ritratti, manifesti…), a volte utilizzando come “pennello” proprio la penna biro. In lui è particolarmente evidente l’importanza dell’immediatezza, quel rapporto istantaneo tra idea ed espressione che solo la biro può garantire. È l’inizio di un nuovo metodo di pensare e progettare l’opera.

La biro al posto del pennello: l’arte si fa con tutto

Alcuni potrebbero pensare che il mezzo in sé sia limitante, utile solo per bozze e schizzi, per prendere appunti preliminari e non per l’Arte con la A maiuscola, ma ecco una breve e assolutamente non esaustiva lista di cose da vedere per ricredersi.

arte con la bic blu: Mostafa Mosad Khodeir

Mostafa Khodeir

Questo artista egiziano poco più che trentenne è diventato famoso in tutto il mondo grazie al web, dove ha condiviso incredibili opere d’arte iperrealiste realizzate soltanto con l’uso di una semplice biro blu. Khodeir è un vero e proprio virtuoso della Bic e la sua attenzione al dettaglio stupisce particolarmente chi osserva i suoi disegni.
Questo è il suo canale YouTube.

Arte con la penna a sfera enam bosokah

Enam Bosokah

Ecco un altro giovane artista iperrealista che ha fatto della Bic il suo strumento principe. Di nazionalità ghanese, Bosokah raffigura nelle sue opere i volti e i costumi della propria terra, in ritratti che con le loro “ombre” e i loro sguardi penetranti suscitano forti emozioni negli spettatori.
Questo è il suo account Behance

marcello carrà opera disegnata con la penna a sfera

Marcello Carrà

“Datemi una Bic e vi solleverò il mondo”, ha detto di recente l’artista ai giornali. Ed è proprio così, nella misura in cui egli riesce con questo piccolo e semplice strumento a creare disegni complessi, anche di enorme formato. Carrà lavora su due filoni: la rivisitazione in termini attuali di grandi opere del passato e la rilettura concettuale di alcuni tra i disegni più antichi e affascinanti della storia: quelli dei “bestiar”  medievali. I risultati, in termini di “matericità” del disegno e di surrealismo immaginifico, sono davvero incredibili: la biro, con Carrà, smette di essere un limite e diventa una potenzialità. Personalmente, in un panorama popolato da moltissime proposte iperrealiste, trovo nella sua arte uno sbocco verso un mondo davvero senza confini, perché libero dal dovere di cronaca che la rappresentazione della realtà impone.
Visitate il suo sito qui.

Storia dell'arte: l'uso della penna a sfera - Deborah Delasio

Deborah Yael Delasio

Siamo abituati a concepire la biro nera o blu e quindi ad usarla in senso monocromatico, ma Deborah ci insegna che le BIC non hanno neppure questo limite e che sono uno strumento inaspettatamente versatile, anche per chi si esprime a colori.
“Vago nel mio personale labirinto e lascio tracce di me. Disegno con le penne, immagino mondi e provo a farli vivere sul foglio. Nel mio piccolo universo di creature fantastiche c’è il mio sogno di un’infanzia da custodire.”
Ecco il suo account IG.

La biro: minimalista ed economica 

Alcuni tra i più giovani e promettenti artisti che utilizzano la penna biro come strumento d’elezione sono originari di paesi, come l’Egitto e il Ghana dei nostri esempi, che siamo soliti denominare “terzo mondo”. Non è mio intento generalizzare, ma credo che questi giovani siano l’esempio di come si possa fare arte ad alti livelli pur con pochi o pochissimi mezzi a disposizione. 

È l’artista a fare l’arte, insomma, e non i mezzi che ha a disposizione. Anche un semplice foglio di carta e una biro, in mano a chi  è portatore di un pensiero originale, possono diventare arte: dal semplice scrabocchio, che è il germe di ogni progetto, fino all’opera finita, la bic è la protagonista della creatività del nostro tempo.

Oggi la “pittura con la biro” è diventata estremamente popolare sul web, dove giovani artisti condividono e rendono virali le loro creazioni, che possono essere di grande formato oppure minuscole come francobolli.

I tradizionalisti potrebbero avere qualcosa da ridire su uno strumento così “povero” come la biro, ma trovo che il diffondersi dell’arte a penna ci insegni, come diceva l’illustre Giacometti, che ciò che conta è il disegno, nient’altro.

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Tutto e niente: riflessioni sul colore bianco

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Pochi colori come il bianco sono così densi di significato in tutte le culture umane, che riversano nel candore una quantità incredibile di significati che popolano mitologia e testi sacri di tutto il mondo.
Facciamo un breve viaggio nella storia del colore bianco, cercando di carpire i suoi significati a partire dall’uso che se ne è fatto nell’arte, in particolare quella moderna e contemporanea.

Rinascere con il colore: street art e recupero urbano

Rinascere con il colore: street art e recupero urbano

La street art o arte di strada, nata come forma di espressione e di protesta che rasentava i confini del vandalismo, è oggi una vera e propria forma d’arte riconosciuta e talvolta incentivata dalle istituzioni. Il motivo? Grazie ai murales le aree più grigie e degradate delle città, dei quartieri industriali o dei borghi in stato di semi-abbandono possono rinascere dal “basso” e migliorare non solo lo stato dei loro luoghi, ma anche la qualità della vita dei loro abitanti (principalmente grazie al fenomeno del turismo culturale).

In questo articolo ho raccolto alcuni esempi italiani di recupero di zone diversissime tra loro, sotto il segno comune dell’arte di strada. Quindi, al bando la cromofobia! Le città possono essere molto più colorate di come le abbiamo vissute fin’ora. Ecco le prove.

Recupero urbano e street art

Il recupero di quartieri degradati

La rinascita dei quartieri periferici e degradati è una delle missioni principali della street art. Gli esempi in Italia e all’estero sono tantissimi ed è davvero difficile scegliere quale storia raccontare nello spazio ristretto di questa pagina. 

Penso che una delle azioni di riqualificazione più belle e più riuscite sia sicuramente quella che, dal 2010, ha luogo nella nostra capitale, Roma, grazie al progetto MuRo (Museo di Urban Art di Roma) fondato dall’artista David Vecchiato. Questa iniziativa è particolarmente interessante perché ha l’intento di produrre e curare non solo opere site specific, il che sarebbe scontato, ma anche “community specific”, cioè in grado di interagire con la comunità che abita i luoghi scelti per la realizzazione dei murales.

I quartieri che sono stati più interessati dalle attività di MuRo sono quelli della prima periferia est, dove vive una popolazione eterogenea e multietnica: studenti, immigrati, lavoratori, artisti delle più varie discipline, anziani. Questi quartieri così ricchi a livello sociale si sono colorati per risaltare agli occhi del mondo, per far risuonare la loro bellezza anche a chi, dalla “Roma bene”, li guardava tradizionalmente con sospetto.

Ecco allora che il Quadraro e Torpignattara sono diventati dei veri e propri musei a cielo aperto, ricchi di opere di grande spessore artistico realizzate da artisti romani e internazionali. Gli stili sono molteplici, variando dalle opere più “pop” a quelle che richiamano alla dimensione del quadro, perché le varie anime di cui queste comunità si compongono meritavano davvero di essere esposte con poliedricità. MuRo organizza dei tour guidati per mostrare ai romani e ai turisti una città rinnovata dalla street art, in contrasto con un passato in cui la grande massa dei visitatori della “Città Eterna” non si spingeva mai oltre i confini dell’Esquilino. Il messaggio è chiaro: Roma è molto di più di quel che potete vedere visitando il Colosseo e Piazza Navona.

Porto Marghera street art per la rivalutazione dei complessi industriali

Le zone industriali si colorano

La street art trova nelle aree industriali più grigie, anonime e disumanizzanti il terreno perfetto per la propria arte: i grandi muri vuoti dei locali destinati a produrre merci si trasformano nelle tele preferite di chi, più che bulloni o calzature o guarnizioni in plastica, ha interesse a produrre bellezza da ammirare per tutti. 

Il miglior esempio di recupero di un’area industriale lo ritroviamo a Porto Marghera (Venezia), dove nel 2019 è sbarcato il festival internazionale POW! WOW!. Questa rassegna, la più grande del mondo nell’ambito del mural painting, dopo San Francisco, Washington, Albuquerque, Rotterdam, è arrivata anche a Marghera portando i migliori street artist internazionali a colorare i muri del quartiere industriale dietro il porto.

Questo quartiere, che era stato abbandonato, sta tornando produttivo grazie agli interventi di riqualificazione comunali iniziati nel ’98, ma anche grazie al contributo della street art. 

Secondo Christian Sottana, un imprenditore ittico locale che ha contribuito all’organizzazione di POW! WOW! 2019, le opere murali che impreziosiscono i capannoni aiutano a cambiare la percezione che di essi si ha: la zona industriale non deve essere più considerata una periferia, ma un luogo pulsante della città. Qui lavorano circa 1500 persone, vivendo una parte significativa della propria esistenza tra capannoni che sono essi stessi opere d’arte architettonica e che grazie alla pittura sono diventati sempre meno “non luoghi” e sempre più “luoghi” da abitare. Non solo con il proprio lavoro, e cioè con le mani, ma anche con i propri occhi e col cuore.

Street art e recupero urbano - Dozza, Bologna

Interi borghi “rinati” con la street art

In Italia, come forse in nessun altro Paese europeo, possiamo vantare una tale quantità di borghi splendidi sotto diversi punti di vista (paesaggistico, storico, eccetera) che non basterebbero anni per visitarli tutti! Ma sapevate che paesini più anonimi e in passato totalmente dimenticati, se non dai loro pochi abitanti, sono letteralmente rinati grazie alla street art? Raccontiamo solo qualche caso.

Dozza, in provincia di Bologna, è un piccolo centro che si è guadagnato a buon diritto il soprannome di “borgo dipinto”: a cadenza regolare, qui, si tiene la Biennale del muro dipinto, manifestazione che chiama a raccolta street artist da tutt’Italia. Ognuno di loro ha lasciato, anno dopo anno, una traccia di sé sui muri del paese. Diversi sono gli stili, i colori, i soggetti rappresentati dai molteplici autori, ed ecco come in una manciata di anni camminare per le strade di Dozza è diventato esattamente come attraversare una galleria d’arte a cielo aperto. Nella rocca medievale di Dozza, che sovrasta il paese, è presente un Centro di studi sul Muro dipinto, aperto alle visite. Quella che era stata la casa dei nobili del paese nel Medioevo, e poi una sfarzosa dimora del ‘700, è diventata anche il centro propulsore di una nuova arte, quella contemporanea. Il messaggio è chiaro: la bellezza non è più solo per i “signori”, ma deve essere fruibile a tutti.

Orgosolo, in provincia di Nuoro, è un borgo nel quale l’arte contemporanea iniziò a colorare i muri per accompagnare il desiderio di rinnovamento sociale e politico tipico degli anni ’60 e ’70. Uno dei primi murales a comparire tra le strade del paese fu realizzato nel 1975 dagli alunni della scuola media locale per commemorare la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, trent’anni prima. La popolazione del paese gradì così tanto questa iniziativa che iniziò a incoraggiare gli artisti a dipingere altre parti del borgo: ne arrivarono così da tutt’Italia e iniziarono a lavorare, esprimendo nelle loro opere messaggi politici e sociali, in particolar modo contro la guerra. Oggi il paese ha più di 200 murales, alcuni dei quali sono omaggi a personalità iconiche del nostro Paese (colpisce l’omaggio al poeta-cantautore anarchico Fabrizio de André). Nel corso degli anni le tematiche delle opere sono un po’ cambiate, non limitandosi solo all’aspetto politico, ma è innegabile che a Orgosolo la street art ha sempre espresso uno “spirito” decisamente coraggioso, non per forza politically correct, non per forza “instagrammabile”. Oggi questo borgo di meno di cinquemila abitanti sperso nell’entroterra sardo, lontano da ogni attrazione marittima e da ogni lusso turistico, è diventato meta di visitatori attratti dall’arte urbana e dall’inesausto spirito pacifista e “socialista” che in essa si respira.

Aielli, in provincia dell’Aquila, è un luogo dove street art e letteratura sono una cosa sola. Avete mai letto un libro su un muro? Ad Aielli potete, perché gli artisti locali si sono impegnati in un’opera complessa e gigantesca: trascrivere sulle pareti di un palazzo l’intero romanzo Fontamara, dall’inizio alla fine. Il libro, dell’autore abruzzese Ignazio Silone, racconta la vita dei contadini di quei luoghi all’inizio del ‘900 e per la popolazione di Aielli rappresenta un viaggio nella memoria, una riappropriazione di sé e del proprio passato. Oltre a quest’opera di trascrizione murale della letteratura, nel borgo è presente un altro documento simile: il “Murales della costituzione italiana”, che riporta anch’esso il testo, in versione integrale, sul muro di uno stabile.

Ma non c’è solo la memoria storica sui muri di Aielli, tutt’altro: c’è anche moltissimo spazio per la modernità e per il colore. Ogni anno nel paese si tiene un’iniziativa chiamata Borgo universo, con eventi dedicati all’arte in generale e alla street art in particolare. Alcuni dei murales di questo paesino di meno di duemila abitanti sono stati creati da noti artisti del mondo della street art e si presentano per questo “innovativi” e coloratissimi. Aielli è un altro esempio di borgo che ha trovato nella pittura murale un impulso per la rinascita artistica e culturale, e quindi anche turistica.

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storia del colore bianco - la biacca come cosmetico - Artistante
Tutto e niente: riflessioni sul colore bianco

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Facciamo un breve viaggio nella storia del colore bianco, cercando di carpire i suoi significati a partire dall’uso che se ne è fatto nell’arte, in particolare quella moderna e contemporanea.

Tutto e niente: riflessioni sul colore bianco

Tutto e niente: riflessioni sul colore bianco

Avendo da poco trattato la Cromofobia, non potevo più rimandare una riflessione sul colore bianco. Ne parlerò in generale, sicura che ne nasceranno spunti per innumerevoli approfondimenti. Come sempre, comincerò dalle definizioni.

storia e significato del colore bianco - storia dell'arte

Il Bianco: il non-colore

Tecnicamente, come il nero, il bianco non è un colore, e rappresenta la luce nella sua completezza, l’intero spettro cromatico. Di nuovo come il nero, il bianco assoluto è un concetto astratto, proprio solo della luce solare, ma se lasciamo da parte gli studi di ottica, e passiamo all’utilizzo materico che ne ha fatto l’uomo nell’arte, possiamo considerare il bianco, insieme al nero e a tutte le sfumature delle terre, fra i colori primari della storia dell’arte, a partire dalla pittura rupestre. 

Pochi colori come il bianco sono così densi di significato in tutte le culture umane, che riversano nel candore una quantità incredibile di significati che popolano mitologia e testi sacri di tutto il mondo. 

Facciamo un breve viaggio nella storia del colore bianco, cercando di carpire i suoi significati a partire dall’uso che se ne è fatto nell’arte, in particolare quella moderna e contemporanea.

bianco di biacca, storia del colore bianco ARTISTANTE

Come si ottiene il colore bianco: bianchi antichi…

Il bianco è un colore a dir poco necessario per la pittura, utile non solo come tinta autonoma ma anche per stemperare e ammorbidire altri colori. Ma come si otteneva in passato, quando ancora non esistevano prodotti sintetici e industriali?

Nel Neolitico (10.000-5000 a.C.), il bianco d’ossa si è aggiunto alle ocre e alle terre, che costituivano i colori più immediatamente accessibili all’uomo primitivo. Il nuovo pigmento si otteneva a partire dalle ossa degli animali domestici, che venivano fatte essiccare e quindi impastate con acqua, albume o grasso. La comparsa di questo colore è legata alla nascita della pastorizia e alla pratica di addomesticare gli animali. 

Ma fin dall’antichità, in tempi molto remoti, questo bianco primitivo venne presto sostituito. Dagli albori della civiltà, fino all’800, per ricavare questo colore esistevano solo due modi: a partire dal piombo, macerato per dieci giorni nell’aceto, oppure a partire dal carbonato di calcio, presente in diverse rocce. Il colore ricavato dal piombo si chiama biacca ed è stato per secoli il più utilizzato in assoluto, mentre quello ricavato dal carbonato di calcio si chiama bianco San Giovanni

La biacca è un composto piuttosto tossico, eppure in passato veniva utilizzata addirittura come fondotinta, sia dalle donne dell’antica Atene che dalle romane, e per secoli poi dagli attori di teatro di tutto il mondo. Elisabetta I d’Inghilterra ne era un’appassionata utilizzatrice. Rovinava la pelle del viso, come ci si può aspettare, e provocava non pochi disturbi di vario genere all’intero organismo, ma il fine di apparir belli nella vita o sulla scena giustificava i mezzi. Infatti, non era l’unico cosmetico altamente tossico utilizzato in passato.

Proprio per la sua tossicità, oggi questo composto è in gran parte precluso anche ai pittori: il bianco biacca è definitivamente scomparso dalle tavolozze, se non magari da quelle di qualche restauratore, e il suo uso è vietato quasi in ogni stato fin dal 1921.

bianco di biacca usato come cosmetico - storia del colore bianco - ARTISTANTE

… e bianchi moderni

Intorno al 1840, in ogni caso, era comparso sulla scena un nuovo bianco, destinato a soppiantare quelli antichi: il bianco di zinco, che si ottiene dai vapori dello zinco bruciato e per la sua tonalità tendente al giallo pallido viene anche chiamato “bianco di neve”. Tra la fine del secolo e i primi del ‘900 a questo bianco lanoso, impuro e delicato si aggiunge il bianco di titanio, più spesso e coprente. Questi bianchi sintetici, oltre a migliorare la qualità di pigmenti che come la biacca tendevano a soffrire il passare del tempo, concludono definitivamente l’era dei colori artigianali e aprono la strada ai colori industriali.

Non mi stancherò mai di far notare che “naturale” non significa sicuro, così come “chimico” non equivale a tossico: entrambi, quello di zinco e quello di titanio, infatti, sono pigmenti chimici non tossici.

storia del colore bianco - simbologia del bianco

Il colore più “denso” del mondo: bianco purezza, bianco paura

Il bianco è, in ogni società umana, il colore più denso di significato che ci sia. Le sue valenze simboliche sono tante e tutte legate a significati assoluti, ideali, estremi, quasi ai confini tra l’esperienza umana e quella divina. Infatti il bianco, considerato la somma di tutti i colori o in alternativa l’assenza totale di ogni colore, dà sempre un certo brivido estetico: che sia angelico o che sia demonico, questo brivido, sono state le varie latitudini ed epoche a determinarlo.

Prima di parlare di alcuni di questi significati simbolici, vorrei chiedervi: avete mai provato a vestirvi interamente di bianco? E che cosa è successo quando lo avete fatto? Non spiccavate forse tra la folla, non sentivate forse molti più sguardi addosso rispetto al solito? Non vi siete forse sentiti chiedere quale importante occasione, quale momento di passaggio, quale cerimonia vi stesse aspettando per andarci vestiti così?

Nella cultura occidentale il bianco è da secoli simbolo di purezza, di luce, di bene. È bianca la Vergine Maria (detta anche “l’immacolata”), e per questo sono bianche anche le spose il giorno delle nozze. Bianche erano le tovaglie delle famiglie nobili e le lenzuola del corredo, bianche le camicie della prima notte da sposi, bianche le fasce dei neonati e le lenzuola per le culle. Sono bianche le tuniche dei sacerdoti nelle più grandi solennità e bianco è anche Dio stesso. Nelle fiabe e nelle leggende gli animali mitologici buoni e beneaugurali sono bianchi, come il cavallo alato Pegaso, il cigno, il coniglio pasquale e via dicendo. 

bianco colore del lutto - rituale funebre nel candomble

Nella foto: rituale funebre del Candomblé.
Il candomblé è una religione sudamericana, di origine africana, molto diffusa in Brasile, imparentata con altre santerie, come quelle Voodoo.

Ma il bianco, proprio per la sua potenza e densità, non è sempre e solo un simbolo di pace e di luce. In effetti il bianco è, in molte culture, il colore del lutto, perché le ossa sono bianche e i morti tendono a impallidire. Nei paesi africani il bianco è un colore magico: secondo una leggenda africana in origine il mondo nasce dal bianco, cioè da un’enorme goccia di latte. Ma in molte tribù questa tinta oltre che magica è anche pericolosa e per questo, ancora oggi, gli albini africani sono spesso perseguitati e uccisi: il loro colore li denota come esseri sacri e da sacrificare. 

Un occidentale che ha capito profondamente la potenzialità inquietante del bianco è stato Hermann Melville, autore del celeberrimo Moby Dick, romanzo incentrato sulla caccia ad una terribile balena bianca. Un piccolo capitolo del libro è dedicato interamente al significato del colore bianco: otto pagine densissime che cercano di spiegare, attraverso innumerevoli esempi, l’inafferrabile senso non solo di sublime, ma anche di orrore, che questo colore suscita in noi esseri umani.

Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? […] Di tutte queste cose, la balena bianca era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?

Illustrazione Moby Dick - storia del colore bianco

Nella foto: Illustrazione di Tony Millionaire

Il bianco nell’arte dal neoclassicismo ad oggi

Qual era il colore preferito degli artisti neoclassici? Rispondere è fin troppo facile: era il bianco, che ricordava loro i marmi greci e romani; un’ispirazione e un’aspirazione, una perfezione da copiare. Se solo questi artisti avessero saputo che in origine le statue greche non erano affatto bianche, anzi, erano coloratissime! Non importa: per loro il bianco diventò un colore simbolo, una bandiera da innalzare, e gli stupendi marmi di Canova sono qui per testimoniarcelo.

Ma con il ‘900, il bianco cambia significato, o meglio, si presta ad altre “bandiere” artistiche, altre provocazioni, altre possibilità. Ricordate Kazimir Malevič e il suo Quadrato Nero del 1915, che inaugura l’arte astratta? Nel 1918 Malevič ribadisce il concetto del movimento Suprematista, esponendo il bianco: per la precisione, l’opera ritrae un quadrato bianco, su fondo bianco. Due bianchi diversi, un po’ più sporco l’uno, un po’ più chiaro l’altro. Ma di fatto il dipinto è bianco, tutto bianco, con soltanto quell’impercettibile confine a delimitare un’idea diversa di arte, in cui il concetto e l’ispirazione artistica sono superiori alla rappresentazione figurativa.

Malevic, bianco su bianco - storia del colore - ARTISTANTE

Negli anni ’30 anche il pittore britannico Ben Nicholson si lancia nel mondo del bianco, con opere monocolori nelle quali si possono intuire delle forme solo attraverso alcune parti a rilievo: cerchi e quadrati bianchi che emergono dal bianco. Fortemente influenzato da Mondrian, che conosceva personalmente e di cui era grande amico nonostante fosse più giovane di una ventina di anni, Nicholson esprime un’idea utopica di purezza ed equilibrio, concetti che, a cavallo fra le due guerre, comunicavano l’esigenza di una trasformazione della società. 

Sono gli albori dell’arte concettuale, quella che si fa carico di un’idea da trasmettere, al di là del risultato estetico. La definizione nasce negli anni ‘60, gli anni, per intenderci, di Piero Manzoni e Lucio Fontana.

Piero Manzoni – molti lo ricordano per la celebre Merda di artista – realizza candide tele a rilievo, con bianche increspature irregolari che ricordano lenzuola sprimacciate, onde marine o incrostazioni minerali, intrappolando lo spettatore nella materia che sembra, ma non è. 

Infine, arriva Lucio Fontana, che la materia la supera, andando oltre la tela: la taglia, la buca, e questa tela, cui guardare attraverso è (indovinate un po’?) spesso e volentieri bianca. 

È chiaro che il bianco degli artisti contemporanei non è più quello dei neoclassici: forse per loro questo colore è, più che una purezza perfetta, l’annotazione severa di un’assenza o di un limite. Non un bianco-tutto, quindi, ma un bianco-nulla

Interessante rovesciamento, per un colore così pregno di significati e insieme così inafferrabile, che sembra avere più cose in comune con il nero di quante ci aspetteremmo.

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Cromofobia: una lunga storia di conformismo

Cromofobia: una lunga storia di conformismo

interior design cromofobico - storia del colore - Artistante

Parliamo e ci vestiamo da cromofobici

Quando si parla di una persona e la si definisce “colorita”, cosa vi viene in mente? Di solito, è un modo benevolo di criticare una condotta frivola, un po’ sopra le righe, addirittura volgare. Il linguaggio colorito, infatti, è quello infarcito di volgarità e un ambiente colorito è quello in cui ci si lascia andare a comportamenti spontanei, non mediati dalle rigide regole della società chic.

Non è qualcosa su cui riflettiamo spesso, ma la fama del colore, nel nostro linguaggio e nella cultura occidentale in generale, non è quasi mai positiva e, se lo è, lo diventa solo in contrapposizione ad una regola aurea che ad alcuni può andare stretta.

Il sistema, la retta vita, la civiltà, la purezza, la classe, l’eleganza sono tutti concetti che, almeno in occidente, rigettano il colore, tanto che si parla di cromofobia della cultura occidentale

Il colore, sia nella filosofia estetica che nell’immaginario collettivo, rappresenta due ordini di concetti.

Il primo, legato al primitivo e al tribale, ci parla di un caos non ancora dominato dalla ragione e non conformato alla civiltà progredita.

Il secondo, legato al rifiuto della cultura dominante, assume connotati addirittura eversivi, quando non folli. E dove c’è follia, troviamo anche la femminilità: una donna che sfoggia colori sgargianti è certamente più tollerata di un uomo che volesse indossare un cappotto giallo su un completo verde lime. A meno che, ovvio, non sia gay, e quindi, come la donna, emarginato e/o emarginabile.

Cromofobia, storia del colore nella cultura occidentale - Artistante

Cromofobia: una storia antica

Da dove viene questa accezione ghettizzata del colore? Ne possiamo trovare traccia molto lontano nel tempo, radicata nella filosofia classica. Intanto, color ha, in latino, la stessa radice di celare, perché, come un cosmetico, è fatto per nascondere, ma già Aristotele, per il quale il colore era pharmakon, ossia droga, relega il colore alla cosmesi, scrivendo nella Poetica: 

Se si versano a caso dei bei colori, non si ottiene lo stesso piacere che se si disegna in bianco un immagine. 

Di questa citazione mi piace quel a caso che secondo me la dice lunga.

Che il bello sia nella forma e nel tratto del disegno, non nei colori, è una convinzione che è sopravvissuta ai secoli. Sappiamo oggi che l’architettura e la scultura greco romana erano assai più colorate di come le ammiriamo oggi, ma, nell’iperuranio delle idee pure di bellezza e arte, il colore non è mai entrato.

Prendete il dibattito medievale sul colore, che vede contrapposti fior fior di teologi intorno al suo significato divino. Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell’ordine cistercense, fu tra i più valorosi e accaniti cromofobici del suo tempo, ed impose all’interno e all’esterno degli edifici religiosi, il candido rigore che pretendeva per le anime. Trovò sicuramente degli oppositori e, infine, il gotico inondò le navate delle luci policrome delle vetrate, eppure la bellezza e la purezza non hanno mai smesso di essere associate al bianco o all’assenza di colore.

Cromofobia - storia del colore - Artistante

Secoli dopo, nella Critica del Giudizio Kant ci spiega, di nuovo, che i colori che ravvivano il disegno sono attraenti per i sensi, ma non lo rendono degno dell’intuizione del bello. Il bello è dominio dell’intelletto e, non solo fa a meno del colore, ne può anche essere distolto, perché i colori ci influenzano in modo quasi patologico.

Arriviamo così al XIX secolo e alla critica dell’arte di Charles Blanc – non vi pare un nome significativo per un cromofobico? A più riprese Blanc affronta la dicotomia tra forma e colore, sancendo l’assoluta superiorità della prima sul secondo.Questo passaggio è particolarmente significativo

L’unione del disegno e del colore è necessaria per generare la pittura esattamente come è necessaria l’unione dell’uomo e della donna per generare l’umanità, ma il disegno deve conservare il suo predominio sul colore. Altrimenti la pittura precipita verso la sua rovina: cadrà ad opera del colore proprio come l’umanità cadde ad opera di Eva.

Eccolo: il colore è caduta, e quindi femmina. Non solo, il colore è anche poco evoluto, come ci spiega in un altro passaggio, in cui affronta il tema del linguaggio e afferma che gli uomini, all’apice della piramide, usano il linguaggio verbale, gli animali usano i versi e la gestualità, mentre agli esseri completamente inanimati, ossia ai minerali, non resta che il colore. Come se le gemme fossero colorata, in quanto incapaci di parlare.

Il colore, dunque, è la caratteristica peculiare delle forme inferiori nella natura, mentre il disegno diventa il mezzo di espressione, tanto più dominante, quanto più in alto saliamo nella scala dell’essere.

La Cromofobia ai giorni nostri: cinema, arte e vita quotidiana

A questo punto, c’è da chiedersi come stiano le cose ai giorni nostri. All’inizio, ho fatto due esempi che ci raccontano di come la diffidenza verso i colori sia ancora radicata nel modo di esprimerci e di apparire. Anche quando non indossiamo una divisa, siamo molto meno inclini a utilizzare palette di colore personalizzate sui nostri gusti di quanto pensiamo. L’accettazione nella società passa anche da un prudente minimalismo, che ci fa trovare d’accordo su una serie di dogmi, come quello che il nero addosso sia elegante, sempre e comunque, e il bianco e il beige siano ideali per qualsiasi tipo di arredamento. 

Il colore viene apprezzato nella sua accezione esotica, come un alieno interessante, che ci fa sognare di civiltà lontane o di travolgenti momenti di follia – positiva solo quando, appunto, momentanea. 

cinema - colore e cromofobia - storia del colore - Artistante

Un esempio? Quanti film vi vengono in mente che usino il colore per rappresentare una realtà alterata? Come Paura e Delirio a Las Vegas (colore come pharmakon, di nuovo), ne potrei citare moltissimi. Ma anche senza tornare sulla associazione diretta fra droga e colore, ci sono registi che praticamente si sono specializzati nel colore per poter narrare le loro storie con un registro che potremmo definire “realismo magico”, contestualizzando trame assurde in un ambiente più che propizio. Wes Anderson, per dirne uno: chi non ha apprezzato I Tanenbaum e Gran Budapest Hotel anche dal punto di vista cromatico probabilmente non ha colto uno degli aspetti portanti.

Il colore, insomma, è una caduta (la droga) o una fuga (il realismo magico), ma, in entrambi i casi, non fa parte del quotidiano, del normale e, in senso lato, neppure del giusto.

storia del colore - arte primitivista - Artistante

Henri Matisse

Passiamo all’arte contemporanea. Intanto, la rivalsa del colore sulla forma , ad esempio nell’impressionismo e nell’espressionismo, rappresenta una vera e, inizialmente, osteggiata rottura. I movimenti artistici di quel periodo erano considerati primitivi, non solo da chi li disprezzava, ma persino da chi li promulgava: il fauvismo e tutti i movimenti primitivisti si facevano portatori di un linguaggio che ricercava nel colore proprio un ritorno ad una spontaneità che si contrapponeva ai rigidi dettami della Accademie. Insomma, il colore era rottura e regressione, da qualunque parte la si voleva guardare. E dove è finito, oggi, tutto quel colore?

Piero Manzoni, arte contemporanea e cromofobia

Piero Manzoni – Achrome

Facendo un giro in qualsiasi galleria d’arte, soprattutto le più chic, vi renderete conto che lo spazio è quasi interamente occupato da opere materiche, spogliate di colore: penso alle opere di Fontana, Manzoni, Castellani e discepoli. Quando il colore compare, assoluto ed esibito, è spesso pura provocazione.

Ma torniamo a noi, alla vita di tutti i giorni, ai nostri gusti personali e alla nostra percezione. Leggendo questo articolo, quanti di voi si sono accorti di essere inconsciamente cromofobici?

Personalmente, non conosco più che una manciata, fra uomini e donne, che potrei definire sicuramente affetti da una forma incurabile di cromofobia. Eppure, persino io, che credo di avere un’altissima tolleranza al colore, finisco con il conformarmi.

Enrico Castellani - arte contemporanea e cromofobia - storia del colore

Enrico Castellani

Cromofobia e conformismo

Conformismo e Cromofobia vanno a braccetto. Le divise ci piacciono, anche se fingiamo che non vogliamo che ci vengano imposte. Quello che è tragico, però, non è voler essere accettati: l’accettazione è una necessità dell’uomo e non ha senso sbandierare un presuntuoso solipsismo. L’aspetto veramente inquietante è voler essere accettati DA TUTTI. Pretendiamo di essere universalmente accolti, di piacere o comunque di non risultare sgradevoli, a prima vista, mai e a nessuno.

Forse per questo, accettiamo di buon grado il dress code, pure per andare in giardino a potare la siepe o per prendere un caffè con gli amici. Non parlo, ovviamente, di quelle basilari regole di decenza che dovrebbero essere sempre seguite per rispetto del prossimo e del contesto: è ovvio che non andrò in ufficio in prendisole e infradito, ma mi chiedo spesso come mai non mi sia mai comprata un completo verde ottanio, che per altro mi starebbe benissimo, soprattutto abbinato ad una borsa magenta. 

In parte, non l’ho mai fatto perché, a meno che non sia l’anno in cui va di moda il verde ottanio, non troverò in nessun negozio un completo di quel colore, ma sarei disonesta se dicessi che questa conformità dell’offerta di mercato (una non-offerta, a ben vedere) mi abbia creato un reale disagio.

Almeno fino adesso.

Colore come evoluzione

Cosa è successo? Al contrario di quanto abbiamo detto sul suo carattere primitivo, credo che nella mia vita il colore rappresenti un’evoluzione. Si tratta di una parte della personalità che è cresciuta, si è formata una propria griglia di “mi piace” e “non mi piace” ed ha acquisito consapevolezza. Il nero, il bianco e tutte le sfumature intermedie continueranno a piacermi, ma come colori alternativi ad altri, e non come assenza di colore. 

In sostanza, credo che accettare la nostra personalissima preferenza in fatto di colore sia un passo avanti verso il dominio della ragione sull’inconscio, e non una regressione infantile, come spesso viene interpretata. Arrenderci alla cromofobia ci fa fare scelte comode e rassicuranti, e farci stare comodi è tipico dell’istinto di sopravvivenza, non dell’intelletto. 

Forse non saranno le scelte personali a cambiare 2000 anni di cultura innestati sulla cromofobia, ma credo che, nel nostro piccolo, valga la pena affrontare l’argomento con maggiore consapevolezza, per recuperare un ingrediente in più, che può fare davvero la differenza nella quotidiana esperienza della realtà e nel piacere che possiamo trarne. 

David Batchelor, Cromofobia - storia del colore - Artistante

David Batchelor

Note e ringraziamenti

Moltissimo di questo articolo si deve a Cromofobia di David Batchelor e al suggerimento di una lettrice che mi ha proposto l’argomento attraverso il sondaggio che ho indetto a luglio 2021. Per questo ringrazio tutti i miei lettori: siete capaci di stimolare in me il piacere per la ricerca, l’approfondimento e la condivisione.

Il tessile e la chimica: a che punto siamo?

Il tessile e la chimica: a che punto siamo?

L’industria tessile in Italia e l’evoluzione ideologica

L’industria tessile e dell’abbigliamento rappresenta uno dei settori più importanti dell’industria manifatturiera italiana, primato che le spetta da secoli e che caratterizza il Made in Italy, in questo settore, come uno dei più prestigiosi al mondo, forte di una tradizione apprezzata sia in occidente che in oriente.

La filiera tessile è fortemente radicata nel nostro territorio: penso principalmente ai distretti industriali di Prato, Biella, Como, ma ce ne sono molti altri che vantano una lunga tradizione che, negli ultimi decenni, ha dovuto fare i conti con l’innovazione tecnologica, ma anche ideologica.

Parlo di innovazione ideologica riferendomi ai movimenti che hanno portato ad una crescente attenzione per la sostenibilità della produzione tessile e per la tutela tanto dell’ambiente, quanto della salute del consumatore.

Negli ultimi 20 anni il tema della sostenibilità è letteralmente esploso, e non poteva non coinvolgere un argomento a me molto caro: i colori. Se leggete il ColorBlog, vi sarete già imbattuti in considerazioni che riguardano la tossicità dei pigmenti e dei colori industriali e di come la ricerca si stia muovendo per ottenere colori atossici.

La ricerca, però, è ancora lontana dal proporre coloranti industriali privi di rischi. Per questo motivo, enti internazionali e la stessa CE si stanno dotando di regolamenti appositi, con lo scopo di valutare il rischio delle diverse sostanze chimiche utilizzante nei processi industriali, abolire l’utilizzo di quelli più pericolosi, e promuovere l’utilizzo di processi produttivi sempre più ecologici e sicuri.

Certificazione REACH e le campagne per la moda sostenibile
certificazione REACH

Il regolamento REACH: cosa è e perché è importante

Il Regolamento (CE) n.1907/2006, cosiddetto REACH, è una normativa in vigore dal 2007 che stabilisce quali sostanze e quali composti chimici possano essere utilizzati nei processi industriali in Europa e con quali modalità. 

REACH sta per Registration, Evaluation, Authorisation and restriction of Chemicals, e non è una semplice certificazione, ma non regolamento comporto da 141 articoli, molti dei quali interessano da vicino il comportato tessile. Il regolamento viene continuamente aggiornato e ha diversi scopi:

  • Informare circa il rischio derivato dall’utilizzo di determinati prodotti chimici, sia rispetto alla salute che rispetto all’ambiente, e prevenire tale rischio.
  • Promuovere le sviluppo di metodi alternativi di produzione, ma anche di test: scoraggia, infati, i test condotti digli animali.
  • Mantenere alta la competitività dei prodotti europei, puntando sulla qualità, la sicurezza e la sostenibilità.

Si tratta, quindi, di un passo molto importante verso una rivoluzione ecologica, anche se ancora non è ancora sufficiente.

Detox my fashion: il movimento che vuole rivoluzionare il tessile

Nel 2011 GreenPeace ha dato vita ad un movimento che va al di là dei confini europei: con Detox My Fashion si punta ad una moda più sostenibile e si cerca di stravolgere i criteri produttivi, intervenendo soprattutto sulle filiere della fast fashion e delle grandi maison di moda. E, a differenza del regolamento europeo, Detox my fashion si rivolge al mercato globale e vuole coinvolgere anche paesi come la Cina e l’India.

detox my fashion

Oltre ai regolamenti: per la rivoluzione ecologica, occorre investire nella ricerca.

Stiamo quindi assistendo ad un ripensamento di tutti i processi produttivi, secondo linee guida virtuose. Ma quando si parla di rivoluzione sostenibile dell’industria, non è possibile escludere dal contesto la ricerca scientifica e tecnologica. Ingenuamente, si tende ad attribuire una corrispondenza tra alta tecnologia e inquinamento e, per contro, ad assimilare il “naturale” a qualcosa di sicuro ed atossico per noi e per l’ambiente. Niente di più sbagliato: come molti di voi già sanno, la maggior parte dei pigmenti in uso fin dall’antichità sono velenosi e fortemente tossici, sebbene naturali e non frutto di processi chimici.

Finché non si investirà fortemente nella ricerca, non si può fare molto altro che evitare sostanze chimiche pericolose usandone altre meno pericolose, che è già un ottimo passo avanti, ma non è la soluzione. Oppure, possiamo aspettare che nuovi pigmenti, finalmente atossici vengano fuori per caso, come è successo per il Blu YInMg. Ma ci conviene?

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Chi era Josep Baqué

Credo che, finché fu in vita, Josep Baqué non si definì mai un artista. Nato a Barcellona nel 1895, fu magazziniere, aiutatane cuoco, e intagliatore in giro per l’Europa, per poi finire, grazie ad uno zio, nella polizia municipale della sua città, lavoro che svolse fino alla sua morte, nel 1967. Da giovane era considerato un piantagrane e da adulto una persona riservata e schiva. Non si è mai sposato e ha vissuto la sua vita con discrezione e in un’apparente normalità.

Allora perché ne stiamo parlando? Perché, mentre su questo pianeta la sua vita scorreva nella più ovattata banalità, in un altro luogo, Baqué stava creando un mondo alternativo. Come ogni bravo demiurgo, aveva un piano preciso: creare un catalogo mostruoso.

il bestiario di josep baqué

Il catalogo dei 1500 mostri

Baqué ci ha lasciato 454 tavole divise in rigide griglie, per un totale di 1500 mostri, catalogati da lui stesso in nove differenti categorie e raccolti in una cartella di cartone che lui stesso aveva realizzato. Sotto ad ogni mostro, ci sono due righe a matita che dovevano essere dedicate ad una didascalia, che però non scrisse mai.

Le sue creature sono tutte diverse. Le prime sono più riconoscibili, riconducibili ad animali reali, ma con gli anni i suoi disegni si fecero sempre più fantasiosi e l’uso dei colori divenne più raffinato.

Che dite, a Baqué sarebbe piaciuto il progetto degli esercizi cavernicoli? Facciamoci insegnare da un maestro come si libera la fantasia!

josep baqué - 1500 mostri

RISORSE ONLINE

Godetevi molte delle tavole disponibili online sul sito ADER, da cui ho tratto le immagini di questo articolo.

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Il Grigio di Payne: il colore della lontananza

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Come per il blu o per il rosso, esistono diverse tonalità di grigio che hanno avuto più o meno fortuna fra gli artisti. Vi presento il Grigio di Payne, una tonalità che sicuramente conoscete, anche se probabilmente molti di voi non le avevano mai dato un nome, ma che sicuramente non è passata inosservata ai più attenti osservatori della natura.

Non esiste un solo Grigio

Il grigio vero e proprio non è un colore: non avendo tonalità è acromatico. Lo si ottiene modulando l’intensità della luce, dal bianco assoluto, all’assenza di luce, ossia al nero.

Nella realtà della materia e dei colori pittorici, però, è difficile che esistano gli assoluti. Il bianco non è mai luce piena e il nero, lo abbiamo visto, riflette sempre una parte dello spettro cromatico, seppure minima. In più, sia il nero che i grigi possono essere cromatici. Il nero, ad esempio, si può ottenere, in quaricormia, mescolando in parti uguali tutti i colori primari, ossia ciano, magenta e giallo. Per la verità, agendo in questo modo, è più facile ottenere tonalità diverse di grigio, che possono essere non solo più o meno scure, ma anche più o meno calde o fredde. Ossia, il grigio smette di essere un colore acromatico e diventa una sfumatura, ad esempio, del blu.

È questo il caso del Grigio di Payne, una delle tonalità più amate dai pittori, principalmente da chi si dedica all’acquerello paesaggistico.

autoritratto William Payne

Autoritratto di William Payne

William Payne e il colore dell’atmosfera

Il suo nome deriva da quello del suo inventore, un pittore inglese di dubbia fama che visse a cavallo fra XVIII e XIX secolo. William Payne non era un artista particolarmente geniale, anche se probabilmente era un buon insegnante. Nel Dictionary of National Biography, che si occupa di raccogliere notizie biografiche di tutte le figure notabili del Regno Unito, la sua opera viene descritta come manieristica e la sua vena artistica ben presto esaurita e superata. Eppure, Payne fu molto efficace nel venire a capo di un dilemma non da poco per un paesaggista: di che colore è l’atmosfera? 

Avrete notato che gli oggetti lontani, come palazzi o montagne, assumono una colorazione indistinguibile. L’effetto è dovuto al pulviscolo atmosferico che rifrange la luce, appiattendo qualsiasi colore in una sfumatura omogenea tendente al blu. Per dare l’effetto di lontananza ad un qualsiasi oggetto, è necessario tenere conto di questo effetto e riprodurlo sulla carta, ignorando il colore originale dell’oggetto in questione. Payne dovette spendere molto tempo alla ricerca della sfumatura perfetta, tanto che nessuno ricorda un suo quadro, ma oggi ancora possiamo acquistare tinte con il suo nome: il Grigio di Payne, appunto.

Marisa Faccani - Foschia

Cos’è il Grigio di Payne e come viene usato

Ma cos’è il Grigio di Payne? Intanto, non è un pigmento puro, ma una miscela. La sua ricetta originale prevede blu di Prussia, giallo ocra e cremisi. A dirla tutta, volendolo miscelare a casa, il modo più rapido di ottenere una sfumatura molto simile è mescolare un blu scuro marino ad un terra di Siena bruciata, che in sé sintetizza l’ocra e le sfumature rosse necessarie per ottenere questo grigio bluastro.

Il Grigio di Payne è il colore perfetto per la penombra, per le montagne all’orizzonte, per i palazzi al crepuscolo o gli  oggetti immersi nella nebbia e nello smog. È un colore adatto ad esprimere la lontananza, la malinconia e la reminiscenza, ma non solo. Se ci si lascia andare oltre il margine del realismo, laddove Payne sicuramente non si era mai avventurato, il suo grigio può egregiamente interpretare la parte seducente del confine fra luce e colore, regalando profondità ai tratti più luminosi e smorzando i contrasti fra colori opposti di un’opera astratta.

Giorgia Marchegiani - Grigio di Payne

Come ottenere il Grigio di Payne

Attualmente, Maimeri, Van Gogh e Winsor&Newton sono alcuni dei produttori che mettono a disposizione questa tonalità, anche se le loro formule differiscono molto e quindi anche il risultato è piuttosto variabile. Personalmente, non credo di aver mai acquistato il colore pronto: preferisco mescolare il blu con più o meno ocra e Terra di Siena, fino ad ottenere la sfumatura vellutata che preferisco. Un’altra scorciatoia consiste nell’aggiungere il nero, ma la sconsiglio: meglio sprecare un po’ di colore sperimentando la giusta quantità di blu di prussia, per ottenere una tonalità meno piatta e assai più interessante e personalizzata.

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Biennale di San Paolo, nonostante tutto!

Biennale di San Paolo, nonostante tutto!

Di recente mi è ricapitato fra le mani il tomo dedicato alla 23° edizione della biennale di San Paolo, quella del 1996, che aveva dedicato una sala speciale a Basquiat e che rimpiango ancora adesso di non aver potuto visitare. Mi fu però regalato il catalogo, un volume importante e pesante, che mi oggi mi fornisce il pretesto per parlare di come San Paolo sia stata a lungo l’unica eccezione alla regola dei circuiti di arte internazionale, che hanno visto per anni gli artisti viaggiare solo fra Europa e Nord America.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

La Biennale di San Paolo
e la travagliata storia politica del Brasile

Come praticamente tutti sanno, la biennale di arte più antica del mondo è quella di Venezia, istituita nel 1895. Meno noto è il primato della Biennale di San Paolo, la seconda più antica dopo quella italiana, inaugurata nel 1951 grazie al lavoro dell’industriale italo-brasiliano Ciccillo Matarazzo (1898-1977). Matarazzo aveva fondato il MAM (Museo de arte Moderna de São Paulo) nel 1948 e si era da subito adoperato per far sì che la manifestazione diventasse importante a livello globale. Già nel 1953, alla sua seconda edizione, la Biennale aveva abbastanza prestigio da potersi permettere di portare in Brasile un’opera famosa e importante come Guernica di Pablo Picasso. 

Nel decennio successivo la biennale fece altri passi avanti. Per un caso non proprio fortunato, raggiunse la maturità con le edizioni del 1965 e del 1967: da poco si era instaurata in Brasile la dittatura militare, eppure a San Paolo erano riusciti a raccogliere una collezione di opere che mai si sarebbe pensato di poter ammirare al di fuori del circuito europeo e nordamericano. Fu possibile vedere tutte insieme opere di artisti come Marcel Duchamp, Paul Klee, Joan Miró, Marc Chagall, Andy Warhol, Edward Hopper e moltissimi altri.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

Le censura di regime

La dittatura, però, era un peso che gli artisti non erano disposti ad accettare. Boicottata nel 1969 e nel 1971, la biennale andò incontro ad edizioni mutilate e nel 1973 subì la censura del CAC (Conselho de Arte Cultura), che rifiutò il 90% delle opere selezionate dalla direzione artistica, rimpiazzandole con altre selezionate da giurie regionali filogovernative. Riuscite a immaginare un’operazione più ridicola? Eppure c’era poco da scherzare: protestare apertamente e denunciare gli orrori della censura significava il carcere.

Alla biennale di San Paolo va riconosciuto lo sforzo che fece per non soccombere. Nonostante le difficoltà, è riuscita ad arrivare agli anni 80 e alla caduta della dittatura (1985) senza perdere il prestigio necessario a far muovere sul polo sudamericano il fermento artistico, mantenendolo in contatto con il resto del mondo. Le esposizioni degli anni 90 ne sono la conferma.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

La sede della biennale di San Paolo:
il padiglione Matarazzo

Fin dal 1957, la sede della biennale di San Paolo è il Padiglione Matarazzo, opera dell’architetto modernista Oscar Niemeyer, lo stesso che ha progettato l’intera città di Brasilia. Niemeyer non era certo un dissidente. Al contrario, egli diede il volto al potere politico brasiliano, che all’epoca era in mano al presidente Juscelino Kubitschek, uno dei personaggi che favorì la dittatura militare, sebbene successivamente venne messo da parte da Castelo Branco, considerato il primo vero presidente del regime militare. 

Il padiglione ha tre piani e offre 30.000mq di spazio espositivo.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

2020, l’anno della pandemia e l’edizione rimandata

Nel 2020 si sarebbe dovuta svolgere la 34th edizione della biennal, rimandata al 2021 e spalmata in diversi eventi, per adattarsi alla situazione dettata dalla pandemia COVID. In Brasile, la gestione della crisi è in mano al presidente Jair Bolsonaro, noto negazionista, il che non ha potuto che peggiorare le conseguenze di un evento già drammatico.

Il tema della 34° edizione è “Faz escuro, mas eu canto“, “È buio, ma io canto”, che in questo periodo si adatta a molte situazioni, con questo intento:

La 34° biennale di San Paolo vuole rivendicare il diritto alla complessità e all’opacità, tanto delle espressioni artistiche e culturali, quanto delle identità di individui e gruppi sociali.

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Il design scandinavo e i pattern di Stig Lindberg

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Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Tradizione del design scandinavo

Siamo abituati a identificare il design scandinavo con qualcosa di molto essenziale. Forse a causa delle inospitali condizioni ambientali e della conseguente povertà delle materie prime, in scandinavia si è radicata una tradizione che predilige la funzionalità delle forme semplici e che ha maturato una sapiente cultura del legno. L’industrializzazione è arrivata relativamente tardi in scandinavia, quindi l’artigianato ha avuto un ruolo predominante più a lungo, rispetto ad altre regioni europee, tanto che ancora oggi il design contemporaneo scandinavo dà molta importanza da un lato alle sue radici materiali naturali, dall’altra all’intervento dell’immaginario artistico dell’artigiano. L’immaginario artistico è l’ingrediente che scalda le case durante il buio e lungo inverno, e si esprime a volte con toni di colore inaspettati, ad esempio nelle ceramiche o nell’uso dei tessuti da tappezzeria.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Design Democratico

La Svezia è uno dei paesi che ha scelto la neutralità durante la seconda guerra mondiale. Per questa ragione, l’industria manifatturiera non è stata convertita in industria bellica e questo ha consentito la fioritura negli anni ‘40 di tendenze che in Europa poterono prendere piede soltanto più tardi, negli altri ‘50 e oltre. Nacque quello che possiamo definire il “design democratico”, ossia la volontà di dare una dimensione artistica ed estetica anche ad oggetti economici di uso quotidiano, come il vasellame o la tappezzeria. Insomma, per avere delle tazze decorate graziosamente, non era più necessario spendere in pregiata porcellana.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Stig Lindberg: pattern per tessuti e ceramiche

Di questo movimento fece parte Stig Lindberg (1916 Svezia – 1982 San Felice Circeo, Italia), prima lavorando alla Gustavsberg, industria di ceramica che ha prodotto servizi presenti in praticamente tutte le case svedesi, poi alla Ljungbergs, un’industria tessile famosa per la qualità dei suoi tessuti stampati. Formatosi pittore, Lindberg fa parte di quella categoria di pattern designer che non tesse i propri pattern, ma li disegna.

➞Leggi la storia di Marianne Straub, contemporanea di Lindberg, che tesseva i propri pattern.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Lindberg ha progettato di tutto: tazze, piatti, vasi, televisori, carte da gioco, salvadanai, carta da pacchi, ma alla fine si dedicò soprattutto ai tessuti, creando scenari articolati in mille dettagli divertenti dai colori vividi.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Ti è venuta voglia di acquistare un po’ di stoffa con i pattern di Lindberg?
Puoi trovare un assortimento sul sito Scandinavia Design.

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Fare arte con la luce: il caso Roosergaarde e il social design

Fare arte con la luce: il caso Roosergaarde e il social design

Arte con la luce

L’evoluzione tecnologica e quella artistica vanno spesso di pari passo. L’utilizzo della luce pura e immateriale per creare installazioni artistiche è sempre più diffuso e oggi si avvale di proiettori in grado non solo di svelare gli oggetti, ma anche di modificarli, plasmando un’esperienza “aumentata” della realtà. È il caso, ad esempio, delle performance in video mapping, in cui proiettori all’avanguardia interagiscono con opere architettoniche o palcoscenici, per creare ambiente nuovi e interattivi, in cui si muovono attori e spettatori.

Le nuove teconoogie sposato perfettamente anche le istanze sociali e ambientali. A questo proposito, ho incontrato molti progetti interessanti di Social Design rivolti alla creazione di una nuova bellezza.

arte con la luce e il colore, opera di social design

Cosa è il social design

Già negli anni ‘80 si parlava di social design, come di un metodo di progettazione che prestasse maggiore attenzione ai temi sociali e ambientali. In questi anni, è sempre più forte la spinta di designer, architetti e artisti, verso una concezione di bellezza e utilità che non possono più prescindere da caratteristiche come la sostenibilità e l’accessibilità. A questo proposito, Daan Roosegaarde dice: “Le persone non cambieranno a causa dei fatti o dei numeri. Ma se possiamo innescare l’immaginazione di un nuovo mondo, questo è il modo per attivare le persone. Non credo nell’utopia, ma nella protopia; passo dopo passo migliorare il mondo che ci circonda. L’arte è il nostro attivatore “.

Studio per il design sociale, arte con la luce

Lo studio di Dann Roosergaarde

Ogni volta che indago l’argomento scopro progetti interessantissimi sia dal punto di vista artistico che tecnologico e scientifico. Uno dei designer che maggiormente ha attirato la mia attenzione di recente è Dann Roosergaarde. Basato in Olanda, paese di nascita di Roosengaarde, il suo Studio di social design mette in contatto persone e tecnologia in opere d’arte che migliorano la vita quotidiana negli ambienti urbani, stimolano l’immaginazione e combattono la crisi climatica. Vorrei presentarvi qui due dei suoi progetti, uno ambientato nel paesaggio agricolo e che si intitola Grow, e l’altro dedicato al paesaggio urbano e all’emergenza pandemica, che si intitola Urban Sun.

arte con la luce e il colore rosso e blu, social design

Grow: arte e agricoltura

Grow è una cosa diversa dal video mapping, ma fa parte di questo filone artistico che utilizza la luce per modificare la realtà, svelandone la bellezza e coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza artistica laddove non avrebbe soffermato lo sguardo. Come su un campo di porri.

Nel video di presentazione, l’artista e designer Dann Roosergaarde si chiede come si possa portare l’attenzione delle persone su un tassello fondamentale della nostra esistenza, anzi, della nostra sussistenza, che tendiamo ad ignorare, ossia l’agricoltura, facendo dell’agricoltore l’eroe della narrazione. L’arte e la scienza possono insieme creare uno scenario in grado, allo stesso tempo, di migliorare l’agricoltura e di coinvolgere lo spettatore in uno spettacolo emozionante e istruttivo.

Il progetto Grow nasce da studi scientifici che spiegano come l’utilizzo della luce possa favorire la crescita delle piante, riducendo fino al 50% l’uso di pesticidi e fertilizzanti. Così, un campo di porri di 20mila metri quadrati è diventato un’opera d’arte e uno spettacolo mozzafiato. Al crepuscolo, il campo si illumina di onde di luce rosse e blu, in grado di migliorare la resistenza della vegetazione agli attacchi parassitari, promuovendone la crescita.

➝ Leggi anche: Il rosso e il blu nell’arte, un abbinamento dalle proprietà vincenti

arte con la luce e il colore, opera di social design

Urban Sun: proteggere, per incontrarsi

URBAN SUN unisce il design con la scienza per consentire alle persone di incontrarsi in modo più umano e più sicuro. Il progetto era già allo studio del laboratorio di Roosengaarde prima del 2019, ma con l’avvento della pandemia di COVID-19 i lavori sono stati accelerati.

Si tratta di una fonte di luce calibrata per avere un effetto germicida ed essere, allo stesso tempo, in grado di migliorare l’estetica dell’arredo urbano e dell’esperienza che ne deriva. Un vero e proprio sole, fonte di luce, bellezza e salute.  URBAN SUN è stato creato dal team di Roosegaarde, insieme ad esperti esterni e scienziati provenienti da Paesi Bassi, Stati Uniti, Giappone e Italia.

La ricerca mostra che la luce ultravioletta specifica con la lunghezza d’onda di 222 nm può ridurre la presenza di virus, inclusi vari ceppi di coronavirus e influenza, fino al 99,9%. Anche se la tradizionale luce UV a 254 nm è dannosa, questa luce specifica di 222 nm è considerata sicura sia per le persone che per gli animali.

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YInMn Blue, la scoperta casuale di un nuovo pigmento blu

YInMn Blue, la scoperta casuale di un nuovo pigmento blu

Delicato nelle sue tonalità azzurrine, profondo e misterioso come la notte, meraviglioso nelle sue gradazioni indaco: il colore blu è da sempre una tonalità che affascina e allo stesso tempo intimorisce.

La storia è piena di questi esempi. Basti pensare come questo colore cambi importanza a seconda dell’epoca e della zona geografica. Amato dagli Egizi, barbaro per i Romani, sacro nelle cattedrali gotiche, questo colore dalle mille sfumature ha una storia tormentata, ma che non smette di incuriosire appassionati e artisti di tutto il mondo.

Storia del colore: YinMn Blue, il nuovo pigmento scoperto per caso

Come si otteneva il blu, dagli egizi ai pigmenti dell’era industriale

L’utilizzo del blu come pigmento ha origini molto antiche, ma travagliate: il pigmento blu, infatti, è presente in natura, ma difficilmente estraibile, tanto che, fin da subito, si è ricorsi alla chimica, grazie alla ricetta misteriosa degli antichi egizi. Gli antichi Egizi associavano il blu al divino e alla vita ultraterrena. Lo apprezzavano al punto che, per risparmiare sul costo oneroso dei lapislazzuli, dai quali si otteneva il blu oltremare, avevano inventato una loro miscela la cui ricetta rimane in parte un mistero, dando vita al primo pigmento chimico della storia.

➝ Leggi di più sul blu nell’antichità, a partire dal blu egizio

L’esigenza di ricorrere a metodi più accessibili per ottenere un blu stabile come quello dei lapislazzuli ha costituito un problema che nell’antichità e nel medioevo veniva spesso gestito ricorrendo alla meno preziosa e meno brillante azzurrite, ampiamente utilizzata in pittura. Per alcuni utilizzi, ad esempio nella pasta di vetro, veniva impiegato il blu cobalto estratto dai minerali. Ne sono un esempio le meravigliose vetrate gotiche di Chartres, che nel 1200 sanciscono il ritorno del blu tra i colori associati al divino, dopo un lungo periodo di egemonia del rosso, che durava dall’epoca romana.

 ➝ Scopri di più sulle vetrate gotiche e sul blu nel medioevo

L’intensità del blu oltremare rimase in parte un miraggio, fino all’età moderna, quando la chimica ha permesso di ideare formule meno costose, ossia il blu di Prussia e il  blu Cobalto prodotto per sintesi. Entrambe le formulazioni comportano la manipolazione di materiali tossici e pericolosi, un fatto che però ha raramente scoraggiato artisti e pittori.

Il significato del blu in tutte le sue sfumature

Nonostante il suo utilizzo sia stato sostanzialmente continuativo, come tutti i colori, anche il blu ha conosciuto fortune alterne. Non solo i materiali e le tecniche per ottenerlo sono cambiati: anche il suo significato ha subito una sostanziale evoluzione.

Tutt’oggi, il blu rappresenta la leggerezza del cielo al mattino, oppure il buio su cui brillano le stelle e l’abisso delle profondità del mare. Per Picasso, il periodo Blu coincide con il dolore della perdita e nelle sue tonalità più avvolgenti esprimeva il lutto. Il Blu è, insomma, un colore dalle mille sfumature simboliche.

Il blu è un colore ancora molto apprezzato, anzi, secondo alcune statistiche è addirittura il colore più amato in occidente, ed è presente nella vita di tutti i giorni. Viene utilizzato spesso nel marketing perché è associato a tranquillità, affidabilità e calma.

Le sue gradazioni sono largamente impiegate negli edifici pubblici come scuole e ospedali, e negli ultimi decenni (e solo negli ultimi decenni) viene associato anche alla mascolinità.

➝ Leggi l’approfondimento sul blu: il colore che fa vendere 

Come si scopre un nuovo colore?

Chi è appassionato di arte e colore sa che si possono “scoprire” nuove tonalità, spesso per caso.

La scoperta di nuovi pigmenti è un evento raro, soprattutto nel caso del blu: la recente creazione del blu YInMn è stata considerata da subito cun fatto straordinario, perché si tratta del primo nuovo pigmento blu dopo ben 200 anni. L’ultimo, era stato il Cobalto sintetico nel 1802.

Come vedremo, a differenza del Vantablack, il colore nero brevettato nel 2014, che è il risultato di una ricerca mirata, la messa a punto del YInMn Blue è un caso del tutto accidentale.

➝ Il nero assoluto: non solo Vantablack
➝ Colori tecnologici creati in laboratorio: scopri come cambieranno il mondo

la scoperta del blu YInMn, il primo pigmento blu dopo 200 anni

Come è stato scoperto e di che colore è il blu YinMn

Nel 2009 accadde un evento imprevisto: degli scienziati della Oregon State University (OSU) inventarono per caso un nuovo blu. Fu il laboratorio chimico del professor Mas Subramanian a fare questa felice scoperta e a intuire fin da subito il potenziale commerciale del nuovo pigmento.

La nuova tonalità di blu si chiama YInMn (pare si pronunci Yin Min), perché prende il nome dal composto di materiali che la forma, ovvero il molto costoso raro territo ittrio (Y), l’estremamente raro semi-metallo indio (In) e manganese (Mn). Scaldando questo composto alla temperatura di 1100 C°, gli studenti del laboratorio dell’OSU hanno assistito alla comparsa inaspettata di una splendida tonalità di blu. 

Il Blu YInMn non contiene parti di pigmento nero o bianco, che vengono utilizzate per rendere più intense e brillanti alcune tonalità, risultando quindi straordinariamente puro. La sua struttura cristallina ha la capacità di assorbire le onde dei colori rosso e verde; di conseguenza, riflette solamente la tonalità di blu, caratterizzandosi per un intenso blu scuro, fra il blu oltremare e il cobalto, con un sottotono rosso. L’azienda Derivan lo definisce “simile all’Ives Klein Blue”, che è appunto un derivato del Blu Cobalto.

Perché il colore blu YInMn è così rivoluzionario

La scoperta di Mas Subramanian è stata fortuita e lo ha portato alla ribalta delle news di settore, rendendo questo nuovo colore un prodotto già molto ricercato.

Si tratta davvero di un blu straordinario, ancora di più se si considera che, al contrario dei suoi predecessori, questo pigmento non è tossico. Un colore efficace e sicuro, quindi, che ha già conquistato aziende e appassionati d’arte. 

Il pigmento ha un basso fabbisogno di olio ed è adatto per tempere e colori ad acqua, come i colori acrilici, sia artistici che industriali. 

Questo particolare blu riflette le onde infrarosse in modo efficiente (circa il 40%), molto di più rispetto agli altri tipi di blu. Per questo motivo il blu YInMn è particolarmente durevole nel tempo e agisce come agente protettivo nei confronti del calore e della luce solare.

Essendo anche molto resistente e stabile, lo si potrebbe, per esempio, utilizzare per la copertura del tetto, in modo da creare un ottimo isolamento termico per un’abitazione. Può anche essere usato sulla plastica e come colore per pittura.

la scoperta del blu YInMn, il primo pigmento blu dopo 200 anni

Dove acquistare il blu YInMn?

Nel 2017 la celebre azienda di pastelli Crayola lo incluse nella sua gamma di colori e decise di indire un concorso per assegnare il nome commerciale della nuova tonalità di blu. Vinse Bluetiful, votato il migliore tra cinque finalisti: gli altri erano Blue Moon Bliss, Dreams Come Blue, Reach For the Stars, Star Spangled Blue. 

Personalmente sono più interessata al colore acrilico e quindi ho dato il via alla ricerca. L’ho trovato negli USA e in Australia, su diversi siti che rivendono i prodotti della  Derivan, la prima azienda a ricevere il permesso di utilizzare il nuovo pigmento e metterlo in vendita anche per gli artisti. Non mi sono preoccupata di verificare la possibilità di ricevere una spedizione, e ho constatato solo il costo del tubetto da 40 ml che si aggira intorno agli 80 dollari. Ho anche trovato il colore ad olio, tubetto da 37 ml, al costo di 75 dollari. Vista la rarità dei materiali e il fatto che il pigmento viene oggi prodotto in piccole quantità, mi aspettavo un prezzo consono e non sono affatto stupita. Credo, però, che aspetterò un’occasione più propizia, rinunciando per ora all’acquisto.

colore acrilico blu YInMn

Il blu di lapislazzuli è ancora il più costoso

Mentre indagavo sul nuovo pigmento, mi è venuta la curiosità di capire, in rapporto ad altri pigmenti blu, quale fosse il costo del Blu YInMn e, con l’aiuto di uno shop di pigmenti, ho potuto togliermi ogni dubbio: il Blu Oltremare dei Lapislazzuli è tuttora il più prezioso in circolazione.

Blu puro di lapislazzuli
20.813,10 € / 1 kg

blu oltremare, pigmento di lapislazzuli puri

YInMn Blue
4.165,00 € / 1 kg

Blu YInMn, pigmento, il nuovo blu creato dopo 200 anni, quanto costa

Blu di Azzurrite
3.076,15 € / 1 kg

Pigmento blu, azzurrite

Curiosità

Su reddit, qualcuno ha postato una ricetta per creare il proprio YinMn Blue: non ci proverei, ma sono affascinata dal rigore scientifico del post e dalle intenzioni artistiche. Se voleste provarci voi, fatemi sapere 🙂 Ecco la ricetta.

 

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Cosa sono i colori PANTONE e perché PANTONE decide il colore dell’anno

Cosa sono i colori PANTONE e perché PANTONE decide il colore dell’anno

Anche quest’anno, il Pantone Color Institute ha pubblicato la sua scelta per il 2021: il colore PANTONE dell’anno sono due, il Giallo Illuminating e l’Ultimate Gray. Da oltre 20 anni, questa scelta influenza lo sviluppo dei prodotti in svariati settori, tra cui moda, arredamento di interni, design industriale, packaging e graphic design. Ma come viene fatta questa scelta e cosa comporta? Cerchiamo prima di chiarire cosa è Pantone e cosa fa. 

Colore Pantone dell'anno: cosa significa PANTONE?

Cosa è PANTONE?

Pantone LLC è un’azienda statunitense nata all’inizio degli anni 60. Si occupa di tecnologie per la grafica, soprattutto di catalogazione univoca dei colori. Ha infatti messo a punto un sistempa di identificazione univoca del colore che prescinde dall’applicazione dello stesso. 

Noto come Pantone Matching System, questo sistema è divenuto la norma internazionale per quanto riguarda la grafica ed è utilizzato anche per la gestione dei colori nell’industria e nella chimica. Esistono altri sistemi di riferimento, ma da anni settori come la grafica e la moda, almeno in occidente, sono un monopolio Pantone.

A cosa servono i sistemi di riferimento per i colori?

Chi non ha dimestichezza con la stampa o con la produzione industriale non coglie l’importanza di un sistema di colore univoco. Per comprendere la necessità di un riferimento così preciso, basta pensare a quando vogliamo comunicare a voce l’esatta tonalità di quel tortora che vorremo dare alle pareti della camera, o la sfumatura di blu di un vestito che abbiamo notato in vetrina.

Oltre alla difficoltà di intendersi, bisogna considerare che lo stesso colore, può variare molto, come effetto finale, a seconda del materiale su cui viene riprodotto. Il Verde Tiffany, ad esempio, come fa ad essere sempre identico, che sia stampato sul packaging di cartone, sul metallo dei dettagli di arredo o sui tessuti? A questo provvedono i sistemi di riferento, che fanno sì che lo stampatore in tipografia e il verniciatore nel mobilificio abbiano a disposizione lo stesso identico colore.

➝ Leggi qui una breve storia dei sistemi di riferimento colore

Come viene scelto il colore PANTONE dell’anno

Il Pantone Color Institute è la divisione dell’azienda che è preposta alla scelta del colore dell’anno. Il lavoro degli esperti consiste nel cercare di anticipare le tendenze, monitorando in tutto il mondo gli umori, le novità artistiche e di design, nonché le scelte cromatiche delle grandi aziende, in parte influenzandole. Pantone infatti fornisce consulenza a molte grandi azinede nel mondo della moda e del design, oltre che confezionare colori “proprietari” su commissione per nuovi prodotti e nuovi marchi.

Creare un colore per un brand o per l’anno nuovo significa non solo stabilire uno standar cromatico, ma anche racchiudere in un singolo colore o in una palette un  mondo fatto di significati psicologici e rimandi storici. Tutto ciò, cercando di stupire e di piacere un po’ a tutti.

giallo e grigio: palette colore dell'anno 2021 secondo PANTONE

Qual è il colore PANTONE del 2021?

Come abbiamo visto, sono due, un giallo luminoso e un grigio freddo. Ecco la giustificazione che il Pantone Color Institute ha dato per questo abbinamento:

Concreta e solida ma allo stesso tempo calorosa e ottimistica, l’unione di PANTONE 17-5104 Ultimate Gray + PANTONE 13-0647 Illuminating è un’infusione di forza e positività. Una storia di colore che racchiude un più profondo senso di attenzione con la promessa di qualcosa di solare e di amabile. Messaggio di felicità supportato da grande fortezza, la combinazione di PANTONE 17-5104 Ultimate Gray + PANTONE 13-0647 Illuminating è ambiziosa e accende la speranza. Abbiamo bisogno di pensare che le cose torneranno a splendere; è un qualcosa di essenziale per la mente umana.

Cosa ne pensate del colore PANTONE del 2021?

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione: come vi fanno sentire questi colori? Vi riconoscete nelle esigenze si ottimismo e solidità individuate dal Pantone Color Intitute? Aggiungete il vostro commento: inizio io a dire la mia.

Per quanto il giallo sia un colore che tende ad attirare l’attenzione, in questa tonalità non mi trasmette quella spinta ottimistica dichiarata negli intenti. Forse a causa dell’abbinamente con questa particolare tonalità di grigio, lo percepisco un po’ come la finestrella di luce nel cubicolo. Un giallo più caldo, affiancato ad un grigio meno neutro e più blu, mi avrebbe dato maggior energia.

Voi che ne pensate? Intanto, vi lascio qui la mia versione, così, senza un briciolo di umiltà.

Colore Pantone del 2021 - versione artistante

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