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Il Grigio di Payne: il colore della lontananza

Il Grigio di Payne: il colore della lontananza

Come per il blu o per il rosso, esistono diverse tonalità di grigio che hanno avuto più o meno fortuna fra gli artisti. Vi presento il Grigio di Payne, una tonalità che sicuramente conoscete, anche se probabilmente molti di voi non le avevano mai dato un nome, ma che sicuramente non è passata inosservata ai più attenti osservatori della natura.

Non esiste un solo Grigio

Il grigio vero e proprio non è un colore: non avendo tonalità è acromatico. Lo si ottiene modulando l’intensità della luce, dal bianco assoluto, all’assenza di luce, ossia al nero.

Nella realtà della materia e dei colori pittorici, però, è difficile che esistano gli assoluti. Il bianco non è mai luce piena e il nero, lo abbiamo visto, riflette sempre una parte dello spettro cromatico, seppure minima. In più, sia il nero che i grigi possono essere cromatici. Il nero, ad esempio, si può ottenere, in quaricormia, mescolando in parti uguali tutti i colori primari, ossia ciano, magenta e giallo. Per la verità, agendo in questo modo, è più facile ottenere tonalità diverse di grigio, che possono essere non solo più o meno scure, ma anche più o meno calde o fredde. Ossia, il grigio smette di essere un colore acromatico e diventa una sfumatura, ad esempio, del blu.

È questo il caso del Grigio di Payne, una delle tonalità più amate dai pittori, principalmente da chi si dedica all’acquerello paesaggistico.

autoritratto William Payne

Autoritratto di William Payne

William Payne e il colore dell’atmosfera

Il suo nome deriva da quello del suo inventore, un pittore inglese di dubbia fama che visse a cavallo fra XVIII e XIX secolo. William Payne non era un artista particolarmente geniale, anche se probabilmente era un buon insegnante. Nel Dictionary of National Biography, che si occupa di raccogliere notizie biografiche di tutte le figure notabili del Regno Unito, la sua opera viene descritta come manieristica e la sua vena artistica ben presto esaurita e superata. Eppure, Payne fu molto efficace nel venire a capo di un dilemma non da poco per un paesaggista: di che colore è l’atmosfera? 

Avrete notato che gli oggetti lontani, come palazzi o montagne, assumono una colorazione indistinguibile. L’effetto è dovuto al pulviscolo atmosferico che rifrange la luce, appiattendo qualsiasi colore in una sfumatura omogenea tendente al blu. Per dare l’effetto di lontananza ad un qualsiasi oggetto, è necessario tenere conto di questo effetto e riprodurlo sulla carta, ignorando il colore originale dell’oggetto in questione. Payne dovette spendere molto tempo alla ricerca della sfumatura perfetta, tanto che nessuno ricorda un suo quadro, ma oggi ancora possiamo acquistare tinte con il suo nome: il Grigio di Payne, appunto.

Marisa Faccani - Foschia

Cos’è il Grigio di Payne e come viene usato

Ma cos’è il Grigio di Payne? Intanto, non è un pigmento puro, ma una miscela. La sua ricetta originale prevede blu di Prussia, giallo ocra e cremisi. A dirla tutta, volendolo miscelare a casa, il modo più rapido di ottenere una sfumatura molto simile è mescolare un blu scuro marino ad un terra di Siena bruciata, che in sé sintetizza l’ocra e le sfumature rosse necessarie per ottenere questo grigio bluastro.

Il Grigio di Payne è il colore perfetto per la penombra, per le montagne all’orizzonte, per i palazzi al crepuscolo o gli  oggetti immersi nella nebbia e nello smog. È un colore adatto ad esprimere la lontananza, la malinconia e la reminiscenza, ma non solo. Se ci si lascia andare oltre il margine del realismo, laddove Payne sicuramente non si era mai avventurato, il suo grigio può egregiamente interpretare la parte seducente del confine fra luce e colore, regalando profondità ai tratti più luminosi e smorzando i contrasti fra colori opposti di un’opera astratta.

Giorgia Marchegiani - Grigio di Payne

Come ottenere il Grigio di Payne

Attualmente, Maimeri, Van Gogh e Winsor&Newton sono alcuni dei produttori che mettono a disposizione questa tonalità, anche se le loro formule differiscono molto e quindi anche il risultato è piuttosto variabile. Personalmente, non credo di aver mai acquistato il colore pronto: preferisco mescolare il blu con più o meno ocra e Terra di Siena, fino ad ottenere la sfumatura vellutata che preferisco. Un’altra scorciatoia consiste nell’aggiungere il nero, ma la sconsiglio: meglio sprecare un po’ di colore sperimentando la giusta quantità di blu di prussia, per ottenere una tonalità meno piatta e assai più interessante e personalizzata.

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Biennale di San Paolo, nonostante tutto!

Biennale di San Paolo, nonostante tutto!

Di recente mi è ricapitato fra le mani il tomo dedicato alla 23° edizione della biennale di San Paolo, quella del 1996, che aveva dedicato una sala speciale a Basquiat e che rimpiango ancora adesso di non aver potuto visitare. Mi fu però regalato il catalogo, un volume importante e pesante, che mi oggi mi fornisce il pretesto per parlare di come San Paolo sia stata a lungo l’unica eccezione alla regola dei circuiti di arte internazionale, che hanno visto per anni gli artisti viaggiare solo fra Europa e Nord America.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

La Biennale di San Paolo
e la travagliata storia politica del Brasile

Come praticamente tutti sanno, la biennale di arte più antica del mondo è quella di Venezia, istituita nel 1895. Meno noto è il primato della Biennale di San Paolo, la seconda più antica dopo quella italiana, inaugurata nel 1951 grazie al lavoro dell’industriale italo-brasiliano Ciccillo Matarazzo (1898-1977). Matarazzo aveva fondato il MAM (Museo de arte Moderna de São Paulo) nel 1948 e si era da subito adoperato per far sì che la manifestazione diventasse importante a livello globale. Già nel 1953, alla sua seconda edizione, la Biennale aveva abbastanza prestigio da potersi permettere di portare in Brasile un’opera famosa e importante come Guernica di Pablo Picasso. 

Nel decennio successivo la biennale fece altri passi avanti. Per un caso non proprio fortunato, raggiunse la maturità con le edizioni del 1965 e del 1967: da poco si era instaurata in Brasile la dittatura militare, eppure a San Paolo erano riusciti a raccogliere una collezione di opere che mai si sarebbe pensato di poter ammirare al di fuori del circuito europeo e nordamericano. Fu possibile vedere tutte insieme opere di artisti come Marcel Duchamp, Paul Klee, Joan Miró, Marc Chagall, Andy Warhol, Edward Hopper e moltissimi altri.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

Le censura di regime

La dittatura, però, era un peso che gli artisti non erano disposti ad accettare. Boicottata nel 1969 e nel 1971, la biennale andò incontro ad edizioni mutilate e nel 1973 subì la censura del CAC (Conselho de Arte Cultura), che rifiutò il 90% delle opere selezionate dalla direzione artistica, rimpiazzandole con altre selezionate da giurie regionali filogovernative. Riuscite a immaginare un’operazione più ridicola? Eppure c’era poco da scherzare: protestare apertamente e denunciare gli orrori della censura significava il carcere.

Alla biennale di San Paolo va riconosciuto lo sforzo che fece per non soccombere. Nonostante le difficoltà, è riuscita ad arrivare agli anni 80 e alla caduta della dittatura (1985) senza perdere il prestigio necessario a far muovere sul polo sudamericano il fermento artistico, mantenendolo in contatto con il resto del mondo. Le esposizioni degli anni 90 ne sono la conferma.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

La sede della biennale di San Paolo:
il padiglione Matarazzo

Fin dal 1957, la sede della biennale di San Paolo è il Padiglione Matarazzo, opera dell’architetto modernista Oscar Niemeyer, lo stesso che ha progettato l’intera città di Brasilia. Niemeyer non era certo un dissidente. Al contrario, egli diede il volto al potere politico brasiliano, che all’epoca era in mano al presidente Juscelino Kubitschek, uno dei personaggi che favorì la dittatura militare, sebbene successivamente venne messo da parte da Castelo Branco, considerato il primo vero presidente del regime militare. 

Il padiglione ha tre piani e offre 30.000mq di spazio espositivo.

biennale di san paolo, storia della biennale più antica del mondo, dopo quella di venezia - STORIA DELL'ARTE

2020, l’anno della pandemia e l’edizione rimandata

Nel 2020 si sarebbe dovuta svolgere la 34th edizione della biennal, rimandata al 2021 e spalmata in diversi eventi, per adattarsi alla situazione dettata dalla pandemia COVID. In Brasile, la gestione della crisi è in mano al presidente Jair Bolsonaro, noto negazionista, il che non ha potuto che peggiorare le conseguenze di un evento già drammatico.

Il tema della 34° edizione è “Faz escuro, mas eu canto“, “È buio, ma io canto”, che in questo periodo si adatta a molte situazioni, con questo intento:

La 34° biennale di San Paolo vuole rivendicare il diritto alla complessità e all’opacità, tanto delle espressioni artistiche e culturali, quanto delle identità di individui e gruppi sociali.

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Il design scandinavo e i pattern di Stig Lindberg

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Tradizione del design scandinavo

Siamo abituati a identificare il design scandinavo con qualcosa di molto essenziale. Forse a causa delle inospitali condizioni ambientali e della conseguente povertà delle materie prime, in scandinavia si è radicata una tradizione che predilige la funzionalità delle forme semplici e che ha maturato una sapiente cultura del legno. L’industrializzazione è arrivata relativamente tardi in scandinavia, quindi l’artigianato ha avuto un ruolo predominante più a lungo, rispetto ad altre regioni europee, tanto che ancora oggi il design contemporaneo scandinavo dà molta importanza da un lato alle sue radici materiali naturali, dall’altra all’intervento dell’immaginario artistico dell’artigiano. L’immaginario artistico è l’ingrediente che scalda le case durante il buio e lungo inverno, e si esprime a volte con toni di colore inaspettati, ad esempio nelle ceramiche o nell’uso dei tessuti da tappezzeria.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Design Democratico

La Svezia è uno dei paesi che ha scelto la neutralità durante la seconda guerra mondiale. Per questa ragione, l’industria manifatturiera non è stata convertita in industria bellica e questo ha consentito la fioritura negli anni ‘40 di tendenze che in Europa poterono prendere piede soltanto più tardi, negli altri ‘50 e oltre. Nacque quello che possiamo definire il “design democratico”, ossia la volontà di dare una dimensione artistica ed estetica anche ad oggetti economici di uso quotidiano, come il vasellame o la tappezzeria. Insomma, per avere delle tazze decorate graziosamente, non era più necessario spendere in pregiata porcellana.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Stig Lindberg: pattern per tessuti e ceramiche

Di questo movimento fece parte Stig Lindberg (1916 Svezia – 1982 San Felice Circeo, Italia), prima lavorando alla Gustavsberg, industria di ceramica che ha prodotto servizi presenti in praticamente tutte le case svedesi, poi alla Ljungbergs, un’industria tessile famosa per la qualità dei suoi tessuti stampati. Formatosi pittore, Lindberg fa parte di quella categoria di pattern designer che non tesse i propri pattern, ma li disegna.

➞Leggi la storia di Marianne Straub, contemporanea di Lindberg, che tesseva i propri pattern.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Lindberg ha progettato di tutto: tazze, piatti, vasi, televisori, carte da gioco, salvadanai, carta da pacchi, ma alla fine si dedicò soprattutto ai tessuti, creando scenari articolati in mille dettagli divertenti dai colori vividi.

Storia del design: il design scandinavo di Stig Lindberg

Ti è venuta voglia di acquistare un po’ di stoffa con i pattern di Lindberg?
Puoi trovare un assortimento sul sito Scandinavia Design.

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Fare arte con la luce: il caso Roosergaarde e il social design

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Arte con la luce

L’evoluzione tecnologica e quella artistica vanno spesso di pari passo. L’utilizzo della luce pura e immateriale per creare installazioni artistiche è sempre più diffuso e oggi si avvale di proiettori in grado non solo di svelare gli oggetti, ma anche di modificarli, plasmando un’esperienza “aumentata” della realtà. È il caso, ad esempio, delle performance in video mapping, in cui proiettori all’avanguardia interagiscono con opere architettoniche o palcoscenici, per creare ambiente nuovi e interattivi, in cui si muovono attori e spettatori.

Le nuove teconoogie sposato perfettamente anche le istanze sociali e ambientali. A questo proposito, ho incontrato molti progetti interessanti di Social Design rivolti alla creazione di una nuova bellezza.

arte con la luce e il colore, opera di social design

Cosa è il social design

Già negli anni ‘80 si parlava di social design, come di un metodo di progettazione che prestasse maggiore attenzione ai temi sociali e ambientali. In questi anni, è sempre più forte la spinta di designer, architetti e artisti, verso una concezione di bellezza e utilità che non possono più prescindere da caratteristiche come la sostenibilità e l’accessibilità. A questo proposito, Daan Roosegaarde dice: “Le persone non cambieranno a causa dei fatti o dei numeri. Ma se possiamo innescare l’immaginazione di un nuovo mondo, questo è il modo per attivare le persone. Non credo nell’utopia, ma nella protopia; passo dopo passo migliorare il mondo che ci circonda. L’arte è il nostro attivatore “.

Studio per il design sociale, arte con la luce

Lo studio di Dann Roosergaarde

Ogni volta che indago l’argomento scopro progetti interessantissimi sia dal punto di vista artistico che tecnologico e scientifico. Uno dei designer che maggiormente ha attirato la mia attenzione di recente è Dann Roosergaarde. Basato in Olanda, paese di nascita di Roosengaarde, il suo Studio di social design mette in contatto persone e tecnologia in opere d’arte che migliorano la vita quotidiana negli ambienti urbani, stimolano l’immaginazione e combattono la crisi climatica. Vorrei presentarvi qui due dei suoi progetti, uno ambientato nel paesaggio agricolo e che si intitola Grow, e l’altro dedicato al paesaggio urbano e all’emergenza pandemica, che si intitola Urban Sun.

arte con la luce e il colore rosso e blu, social design

Grow: arte e agricoltura

Grow è una cosa diversa dal video mapping, ma fa parte di questo filone artistico che utilizza la luce per modificare la realtà, svelandone la bellezza e coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza artistica laddove non avrebbe soffermato lo sguardo. Come su un campo di porri.

Nel video di presentazione, l’artista e designer Dann Roosergaarde si chiede come si possa portare l’attenzione delle persone su un tassello fondamentale della nostra esistenza, anzi, della nostra sussistenza, che tendiamo ad ignorare, ossia l’agricoltura, facendo dell’agricoltore l’eroe della narrazione. L’arte e la scienza possono insieme creare uno scenario in grado, allo stesso tempo, di migliorare l’agricoltura e di coinvolgere lo spettatore in uno spettacolo emozionante e istruttivo.

Il progetto Grow nasce da studi scientifici che spiegano come l’utilizzo della luce possa favorire la crescita delle piante, riducendo fino al 50% l’uso di pesticidi e fertilizzanti. Così, un campo di porri di 20mila metri quadrati è diventato un’opera d’arte e uno spettacolo mozzafiato. Al crepuscolo, il campo si illumina di onde di luce rosse e blu, in grado di migliorare la resistenza della vegetazione agli attacchi parassitari, promuovendone la crescita.

➝ Leggi anche: Il rosso e il blu nell’arte, un abbinamento dalle proprietà vincenti

arte con la luce e il colore, opera di social design

Urban Sun: proteggere, per incontrarsi

URBAN SUN unisce il design con la scienza per consentire alle persone di incontrarsi in modo più umano e più sicuro. Il progetto era già allo studio del laboratorio di Roosengaarde prima del 2019, ma con l’avvento della pandemia di COVID-19 i lavori sono stati accelerati.

Si tratta di una fonte di luce calibrata per avere un effetto germicida ed essere, allo stesso tempo, in grado di migliorare l’estetica dell’arredo urbano e dell’esperienza che ne deriva. Un vero e proprio sole, fonte di luce, bellezza e salute.  URBAN SUN è stato creato dal team di Roosegaarde, insieme ad esperti esterni e scienziati provenienti da Paesi Bassi, Stati Uniti, Giappone e Italia.

La ricerca mostra che la luce ultravioletta specifica con la lunghezza d’onda di 222 nm può ridurre la presenza di virus, inclusi vari ceppi di coronavirus e influenza, fino al 99,9%. Anche se la tradizionale luce UV a 254 nm è dannosa, questa luce specifica di 222 nm è considerata sicura sia per le persone che per gli animali.

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YInMn Blue, la scoperta casuale di un nuovo pigmento blu

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Delicato nelle sue tonalità azzurrine, profondo e misterioso come la notte, meraviglioso nelle sue gradazioni indaco: il colore blu è da sempre una tonalità che affascina e allo stesso tempo intimorisce.

La storia è piena di questi esempi. Basti pensare come questo colore cambi importanza a seconda dell’epoca e della zona geografica. Amato dagli Egizi, barbaro per i Romani, sacro nelle cattedrali gotiche, questo colore dalle mille sfumature ha una storia tormentata, ma che non smette di incuriosire appassionati e artisti di tutto il mondo.

Storia del colore: YinMn Blue, il nuovo pigmento scoperto per caso

Come si otteneva il blu, dagli egizi ai pigmenti dell’era industriale

L’utilizzo del blu come pigmento ha origini molto antiche, ma travagliate: il pigmento blu, infatti, è presente in natura, ma difficilmente estraibile, tanto che, fin da subito, si è ricorsi alla chimica, grazie alla ricetta misteriosa degli antichi egizi. Gli antichi Egizi associavano il blu al divino e alla vita ultraterrena. Lo apprezzavano al punto che, per risparmiare sul costo oneroso dei lapislazzuli, dai quali si otteneva il blu oltremare, avevano inventato una loro miscela la cui ricetta rimane in parte un mistero, dando vita al primo pigmento chimico della storia.

➝ Leggi di più sul blu nell’antichità, a partire dal blu egizio

L’esigenza di ricorrere a metodi più accessibili per ottenere un blu stabile come quello dei lapislazzuli ha costituito un problema che nell’antichità e nel medioevo veniva spesso gestito ricorrendo alla meno preziosa e meno brillante azzurrite, ampiamente utilizzata in pittura. Per alcuni utilizzi, ad esempio nella pasta di vetro, veniva impiegato il blu cobalto estratto dai minerali. Ne sono un esempio le meravigliose vetrate gotiche di Chartres, che nel 1200 sanciscono il ritorno del blu tra i colori associati al divino, dopo un lungo periodo di egemonia del rosso, che durava dall’epoca romana.

 ➝ Scopri di più sulle vetrate gotiche e sul blu nel medioevo

L’intensità del blu oltremare rimase in parte un miraggio, fino all’età moderna, quando la chimica ha permesso di ideare formule meno costose, ossia il blu di Prussia e il  blu Cobalto prodotto per sintesi. Entrambe le formulazioni comportano la manipolazione di materiali tossici e pericolosi, un fatto che però ha raramente scoraggiato artisti e pittori.

Il significato del blu in tutte le sue sfumature

Nonostante il suo utilizzo sia stato sostanzialmente continuativo, come tutti i colori, anche il blu ha conosciuto fortune alterne. Non solo i materiali e le tecniche per ottenerlo sono cambiati: anche il suo significato ha subito una sostanziale evoluzione.

Tutt’oggi, il blu rappresenta la leggerezza del cielo al mattino, oppure il buio su cui brillano le stelle e l’abisso delle profondità del mare. Per Picasso, il periodo Blu coincide con il dolore della perdita e nelle sue tonalità più avvolgenti esprimeva il lutto. Il Blu è, insomma, un colore dalle mille sfumature simboliche.

Il blu è un colore ancora molto apprezzato, anzi, secondo alcune statistiche è addirittura il colore più amato in occidente, ed è presente nella vita di tutti i giorni. Viene utilizzato spesso nel marketing perché è associato a tranquillità, affidabilità e calma.

Le sue gradazioni sono largamente impiegate negli edifici pubblici come scuole e ospedali, e negli ultimi decenni (e solo negli ultimi decenni) viene associato anche alla mascolinità.

➝ Leggi l’approfondimento sul blu: il colore che fa vendere 

Come si scopre un nuovo colore?

Chi è appassionato di arte e colore sa che si possono “scoprire” nuove tonalità, spesso per caso.

La scoperta di nuovi pigmenti è un evento raro, soprattutto nel caso del blu: la recente creazione del blu YInMn è stata considerata da subito cun fatto straordinario, perché si tratta del primo nuovo pigmento blu dopo ben 200 anni. L’ultimo, era stato il Cobalto sintetico nel 1802.

Come vedremo, a differenza del Vantablack, il colore nero brevettato nel 2014, che è il risultato di una ricerca mirata, la messa a punto del YInMn Blue è un caso del tutto accidentale.

➝ Il nero assoluto: non solo Vantablack
➝ Colori tecnologici creati in laboratorio: scopri come cambieranno il mondo

la scoperta del blu YInMn, il primo pigmento blu dopo 200 anni

Come è stato scoperto e di che colore è il blu YinMn

Nel 2009 accadde un evento imprevisto: degli scienziati della Oregon State University (OSU) inventarono per caso un nuovo blu. Fu il laboratorio chimico del professor Mas Subramanian a fare questa felice scoperta e a intuire fin da subito il potenziale commerciale del nuovo pigmento.

La nuova tonalità di blu si chiama YInMn (pare si pronunci Yin Min), perché prende il nome dal composto di materiali che la forma, ovvero il molto costoso raro territo ittrio (Y), l’estremamente raro semi-metallo indio (In) e manganese (Mn). Scaldando questo composto alla temperatura di 1100 C°, gli studenti del laboratorio dell’OSU hanno assistito alla comparsa inaspettata di una splendida tonalità di blu. 

Il Blu YInMn non contiene parti di pigmento nero o bianco, che vengono utilizzate per rendere più intense e brillanti alcune tonalità, risultando quindi straordinariamente puro. La sua struttura cristallina ha la capacità di assorbire le onde dei colori rosso e verde; di conseguenza, riflette solamente la tonalità di blu, caratterizzandosi per un intenso blu scuro, fra il blu oltremare e il cobalto, con un sottotono rosso. L’azienda Derivan lo definisce “simile all’Ives Klein Blue”, che è appunto un derivato del Blu Cobalto.

Perché il colore blu YInMn è così rivoluzionario

La scoperta di Mas Subramanian è stata fortuita e lo ha portato alla ribalta delle news di settore, rendendo questo nuovo colore un prodotto già molto ricercato.

Si tratta davvero di un blu straordinario, ancora di più se si considera che, al contrario dei suoi predecessori, questo pigmento non è tossico. Un colore efficace e sicuro, quindi, che ha già conquistato aziende e appassionati d’arte. 

Il pigmento ha un basso fabbisogno di olio ed è adatto per tempere e colori ad acqua, come i colori acrilici, sia artistici che industriali. 

Questo particolare blu riflette le onde infrarosse in modo efficiente (circa il 40%), molto di più rispetto agli altri tipi di blu. Per questo motivo il blu YInMn è particolarmente durevole nel tempo e agisce come agente protettivo nei confronti del calore e della luce solare.

Essendo anche molto resistente e stabile, lo si potrebbe, per esempio, utilizzare per la copertura del tetto, in modo da creare un ottimo isolamento termico per un’abitazione. Può anche essere usato sulla plastica e come colore per pittura.

la scoperta del blu YInMn, il primo pigmento blu dopo 200 anni

Dove acquistare il blu YInMn?

Nel 2017 la celebre azienda di pastelli Crayola lo incluse nella sua gamma di colori e decise di indire un concorso per assegnare il nome commerciale della nuova tonalità di blu. Vinse Bluetiful, votato il migliore tra cinque finalisti: gli altri erano Blue Moon Bliss, Dreams Come Blue, Reach For the Stars, Star Spangled Blue. 

Personalmente sono più interessata al colore acrilico e quindi ho dato il via alla ricerca. L’ho trovato negli USA e in Australia, su diversi siti che rivendono i prodotti della  Derivan, la prima azienda a ricevere il permesso di utilizzare il nuovo pigmento e metterlo in vendita anche per gli artisti. Non mi sono preoccupata di verificare la possibilità di ricevere una spedizione, e ho constatato solo il costo del tubetto da 40 ml che si aggira intorno agli 80 dollari. Ho anche trovato il colore ad olio, tubetto da 37 ml, al costo di 75 dollari. Vista la rarità dei materiali e il fatto che il pigmento viene oggi prodotto in piccole quantità, mi aspettavo un prezzo consono e non sono affatto stupita. Credo, però, che aspetterò un’occasione più propizia, rinunciando per ora all’acquisto.

colore acrilico blu YInMn

Il blu di lapislazzuli è ancora il più costoso

Mentre indagavo sul nuovo pigmento, mi è venuta la curiosità di capire, in rapporto ad altri pigmenti blu, quale fosse il costo del Blu YInMn e, con l’aiuto di uno shop di pigmenti, ho potuto togliermi ogni dubbio: il Blu Oltremare dei Lapislazzuli è tuttora il più prezioso in circolazione.

Blu puro di lapislazzuli
20.813,10 € / 1 kg

blu oltremare, pigmento di lapislazzuli puri

YInMn Blue
4.165,00 € / 1 kg

Blu YInMn, pigmento, il nuovo blu creato dopo 200 anni, quanto costa

Blu di Azzurrite
3.076,15 € / 1 kg

Pigmento blu, azzurrite

Curiosità

Su reddit, qualcuno ha postato una ricetta per creare il proprio YinMn Blue: non ci proverei, ma sono affascinata dal rigore scientifico del post e dalle intenzioni artistiche. Se voleste provarci voi, fatemi sapere 🙂 Ecco la ricetta.

 

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Cosa sono i colori PANTONE e perché PANTONE decide il colore dell’anno

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Anche quest’anno, il Pantone Color Institute ha pubblicato la sua scelta per il 2021: il colore PANTONE dell’anno sono due, il Giallo Illuminating e l’Ultimate Gray. Da oltre 20 anni, questa scelta influenza lo sviluppo dei prodotti in svariati settori, tra cui moda, arredamento di interni, design industriale, packaging e graphic design. Ma come viene fatta questa scelta e cosa comporta? Cerchiamo prima di chiarire cosa è Pantone e cosa fa. 

Colore Pantone dell'anno: cosa significa PANTONE?

Cosa è PANTONE?

Pantone LLC è un’azienda statunitense nata all’inizio degli anni 60. Si occupa di tecnologie per la grafica, soprattutto di catalogazione univoca dei colori. Ha infatti messo a punto un sistempa di identificazione univoca del colore che prescinde dall’applicazione dello stesso. 

Noto come Pantone Matching System, questo sistema è divenuto la norma internazionale per quanto riguarda la grafica ed è utilizzato anche per la gestione dei colori nell’industria e nella chimica. Esistono altri sistemi di riferimento, ma da anni settori come la grafica e la moda, almeno in occidente, sono un monopolio Pantone.

A cosa servono i sistemi di riferimento per i colori?

Chi non ha dimestichezza con la stampa o con la produzione industriale non coglie l’importanza di un sistema di colore univoco. Per comprendere la necessità di un riferimento così preciso, basta pensare a quando vogliamo comunicare a voce l’esatta tonalità di quel tortora che vorremo dare alle pareti della camera, o la sfumatura di blu di un vestito che abbiamo notato in vetrina.

Oltre alla difficoltà di intendersi, bisogna considerare che lo stesso colore, può variare molto, come effetto finale, a seconda del materiale su cui viene riprodotto. Il Verde Tiffany, ad esempio, come fa ad essere sempre identico, che sia stampato sul packaging di cartone, sul metallo dei dettagli di arredo o sui tessuti? A questo provvedono i sistemi di riferento, che fanno sì che lo stampatore in tipografia e il verniciatore nel mobilificio abbiano a disposizione lo stesso identico colore.

➝ Leggi qui una breve storia dei sistemi di riferimento colore

Come viene scelto il colore PANTONE dell’anno

Il Pantone Color Institute è la divisione dell’azienda che è preposta alla scelta del colore dell’anno. Il lavoro degli esperti consiste nel cercare di anticipare le tendenze, monitorando in tutto il mondo gli umori, le novità artistiche e di design, nonché le scelte cromatiche delle grandi aziende, in parte influenzandole. Pantone infatti fornisce consulenza a molte grandi azinede nel mondo della moda e del design, oltre che confezionare colori “proprietari” su commissione per nuovi prodotti e nuovi marchi.

Creare un colore per un brand o per l’anno nuovo significa non solo stabilire uno standar cromatico, ma anche racchiudere in un singolo colore o in una palette un  mondo fatto di significati psicologici e rimandi storici. Tutto ciò, cercando di stupire e di piacere un po’ a tutti.

giallo e grigio: palette colore dell'anno 2021 secondo PANTONE

Qual è il colore PANTONE del 2021?

Come abbiamo visto, sono due, un giallo luminoso e un grigio freddo. Ecco la giustificazione che il Pantone Color Institute ha dato per questo abbinamento:

Concreta e solida ma allo stesso tempo calorosa e ottimistica, l’unione di PANTONE 17-5104 Ultimate Gray + PANTONE 13-0647 Illuminating è un’infusione di forza e positività. Una storia di colore che racchiude un più profondo senso di attenzione con la promessa di qualcosa di solare e di amabile. Messaggio di felicità supportato da grande fortezza, la combinazione di PANTONE 17-5104 Ultimate Gray + PANTONE 13-0647 Illuminating è ambiziosa e accende la speranza. Abbiamo bisogno di pensare che le cose torneranno a splendere; è un qualcosa di essenziale per la mente umana.

Cosa ne pensate del colore PANTONE del 2021?

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione: come vi fanno sentire questi colori? Vi riconoscete nelle esigenze si ottimismo e solidità individuate dal Pantone Color Intitute? Aggiungete il vostro commento: inizio io a dire la mia.

Per quanto il giallo sia un colore che tende ad attirare l’attenzione, in questa tonalità non mi trasmette quella spinta ottimistica dichiarata negli intenti. Forse a causa dell’abbinamente con questa particolare tonalità di grigio, lo percepisco un po’ come la finestrella di luce nel cubicolo. Un giallo più caldo, affiancato ad un grigio meno neutro e più blu, mi avrebbe dato maggior energia.

Voi che ne pensate? Intanto, vi lascio qui la mia versione, così, senza un briciolo di umiltà.

Colore Pantone del 2021 - versione artistante

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Il primitivismo: l’arte alla ricerca delle origini

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“Nell’arte si può cominciare anche da capo, e ciò è evidente, più che altrove, nelle raccolte etnografiche.” Paul Klee

Il primitivismo nell’arte è uno fra gli argomenti che più mi affascinano dell’arte contemporanea.

Quando parliamo di arte primitivista, ci vengono subito in mente pittori come Gauguin o Rousseau (il pittore). Il primitivismo, però, ha molte facce e nei secoli ha assunto significati diversi, alcuni dei quali piuttosto ambigui, legati ad una visione eurocentrica della civiltà. Ma andiamo con ordine.

il primitivismo nell'arte - dal primitivismo ottocentesco ad oggi

Cos’è il primitivismo

Il primitivismo nasce come utopia. Si lega al mito del “Buon selvaggio”, caro a Rousseau (questa volta il filosofo), e specula su un’umanità pura, non corrotta dal progresso. Per primitivi, si intendevano sia gli antenati, e in questo caso si parla di primitivismo cronologico, che i popoli che vivono lontani dalla civiltà occidentale, il che al tempo includeva un po’ tutte le popolazioni che subivano il colonialismo europeo, e in questo caso parliamo di primitivismo culturale. In entrambi i casi, il termine primitivismo non si riferisce alle arti primitive o tribali in sé, ma all’impressione e le suggestioni che queste provocano nell’uomo europeo. 

Giambattista Vico nel 1700 fu tra i primi a sostenere che i popoli “primitivi” fossero più vicini alla fonte dell’ispirazione artistica di noi uomini moderni civilizzati. Vico inaugurò precocemente un dibattito sull’arte che rimase a lungo confinato al pensiero filosofico.

I primitivismo nell’arte: i romantici

Quando toccò agli artisti prendere in mano la questione, era già passato un secolo. I primi primitivisti aderivano a quelle correnti romantiche che, come i preraffaelliti inglesi e i nazareni tedeschi, si sforzavano di superare il dominio classico sull’arte, rivalutando il medioevo alla ricerca di un purismo e di una spontaneità perduta, a loro avviso, con la canonizzazione rinascimentale. Una reazione tutto sommato comprensibile: l’arte rinascimentale italiana aveva sconvolto il mondo con una visione talmente potente, che per un certo periodo tutto, ma proprio tutto, dovette fare i conti con una ingombrante pietra di paragone. Per trovare una strada alternativa, non si poteva far altro che tornare indietro e ricominciare.

Quello che i preraffaelliti e i nazareni non fecero mai, però, è rompere del tutto lo schema compositivo prospettico. 

preraffaieliti: primitivisti romantici
John Everett Millais, Ophelia

Le rivoluzioni del 1800

Nel 1800 accadde qualcosa di rivoluzionario, paragonabile a quello che è stata ai giorni nostri la rivoluzione informatica e internet: l’invenzione della fotografia. La diffusione di immagini realistiche ebbe un impatto che ancora adesso fatichiamo a quantificare. Non racconti e resoconti, non disegni di artisti e di scienziati, non carovane di mercanti con i loro souvenir esotici e i loro campionari bizzarri: per la prima volta, il mondo veniva rappresentato per immagini che, con un azzardo logico enorme, potremmo definire “vere”. 

La rivoluzione fotografica travolse l’arte. Se, da una parte, spinse l’iperrealismo, dall’altra disgregò la luce e la prospettiva. Fu come se, di punto in bianco, all’arte venisse tolto il vincolo della rappresentazione del vero e del verosimile. 

Le prime alternative furono proposte dall’impressionismo e dal puntinismo: ritroviamo la grana della pellicola impressionata dalla luce, la scomposizione di quest’ultima nei colori primari per effetto dell’ottica e la rapidità di esecuzione. Ritroviamo anche quegli effetti che, certamente, dovevano affliggere molte delle immagini fotografiche dell’epoca: le foto erano sì “vere”, ma sovraesposte, buie, sfocate e macchiate dagli acidi, oltre che piene di difetti causati dai supporti e dalle finiture.

Il vero non era perfetto, evviva. A questo, si aggiunse che per la prima volta si cominciava a parlare di geometria non euclidea e chi gli imperi europei avevano ormai instaurato contatti permanenti e semplificati con ogni angolo del pianeta, ed ecco che, nel giro di pochi decenni, i punti di vista si erano moltiplicati.

Monet, padre dell'impressionismo
Impressionismo: Claude Monet, Ninfee

Due facce del primitivismo: Gauguin e Rousseau

In questo mondo dilatato, il primitivismo assunse due facce: quella paternalista, che ancora si fondava sul mito del buon selvaggio, giustificando il colonialismo e una forma accondiscendente di razzismo, e quella che rinnegava il primato culturale europeo, cercando altrove antiche fonti di saggezza e virtù. Questo altrove poteva essere un luogo geografico, oppure il tentativo di recuperare un’ancestrale innocenza, riportandosi indietro nel tempo, alla ricerca dell’archetipo.

È difficile e, a mio parere, fuorviante, cercare di collocare ogni artista in una posizione precisa fra questi due poli. Gauguin (1848-1903), ad esempio, è stato accusato di mascherare razzismo e pedofilia dietro l’idealizzazione del mondo senza peccato che raffigurava. A questo proposito vorrei dire solo che non sono gli artisti ad essere illuminati, solo l’arte lo è: gli artisti possono essere anche delle pessime persone. 

La ricerca di Gauguin fu di tipo filosofico, più che stilistico, il che non significa che il suo stile non ne venne influenzato, soprattutto nell’uso del colore, ma non arrivò agli estremi destrutturanti che il primitivismo conobbe dopo di lui. 

In un certo senso, quella di Gauguin fu una fuga vera e propria, armi e bagagli, dalla civiltà (e moralità) europea che gli andava stretta. 

Negli stessi anni in cui le sue opere circolavano a Parigi, c’erano altri che evadevano dalla società senza muoversi da casa: è il caso di Henri Rousseau (1844-1910), che si ispirava alle vedute tropicali di pittori olandesi (che occupavano il nord del Brasile) per dipingere le sue giungle, con sempre maggior fervore e abbondanza di dettagli. Ingenuo e privo di una preparazione artistica, il doganiere fu deriso dalla critica e salvato dal giudizio di gente come Picasso e Kandinsky, che nelle sue opere leggevano la necessità spirituale di un ritorno alle origini. 

Le opere di Gauguin e Rousseau, per un verso o per l’altro, avevano risonanza a Parigi, insieme a quelle degli impressionisti e degli espressionisti, e sembrava che gli ismi continuassero a nascere come funghi in ogni caffè e ad ogni evento espositivo. Fu un’epoca eccezionale per la capitale francese, e il meglio doveva ancora venire; e il meglio era Pablo Picasso.

Gauguin padre del primitivismo
Paul Gauguin
arte primitivista: henri rousseau
Henri Rousseau

Il fauvismo, l’arte africana e Pablo Picasso

Nel fermento dei primi anni del 1900, vi fu un momento di passaggio che interessò diversi artisti, che di fatto non si identificarono mai in un gruppo o in un manifesto. Questo fenomeno prende il nome di fauvismo, da Fauves, che in francese significa “belve selvagge”. 

Il movimento venne alla luce quando, nel 1905, alcune opere di giovani autori che si distaccavano apertamente dall’impressionismo, vennero esposte nel Salon d’Automne di Parigi. Pare che il critico d’arte Vauxcelles, entrando nella sala, la definì, appunto, una gabbia di belve, scioccato dai colori violenti e dall’immediatezza compositiva delle tele. Fra quelle tele, c’era la donna con cappello di Henri Matisse (1869-1954)

I fauvisti erano ispirati da Gauguin, ma anche dagli espressionisti, da cui però si differenziavano perché disinteressati agli aspetti esistenziali o alla polemica sociale. Si concentravano sul gesto istintivo, abolendo la prospettiva e il chiaroscuro, e facendo uso di colori vivaci e puri. Spremevano i colori direttamente dal tubetto sulla tela per esaltare l’immediatezza dell’atto creativo, ispirandosi all’arte primitiva, in particolare a quella che riconoscevano nei manufatti africani. Si coniava in quegli anni il termine “art négre” per indicare tutte le espressioni artistiche extra europee, incluse quelle asiatiche e dell’oceania. Solo in seguito l’ambito venne ristretto all’arte tribale africana. Matisse era fra gli artisti che più apprezzavano il genere e fu un collezionista di manufatti tribali africani. 

Come si è detto, i manufatti africani, o di altre etnie, non venivano studiati in relazione alle proprie culture, ma ammirati per la loro forma innovativa, senza nessun tipo di approfondimento antropologico o storico. Se ne ricavano impressioni di diverso tipo, avvolte in un alone di mistero che mescolava sacro e profano in un calderone esteticamente travolgente. 

Fu proprio questo calderone fumante, su cui i fauvisti attirarono l’attenzione degli artisti, a impressionare il giovane Pablo Picasso. Nel linguaggio stilizzato e fortemente espressivo delle sculture africane, Picasso vide una potenza totalmente nuova, sganciata dalle leggi prospettiche e dalla fedeltà all’oggetto ritratto, che fu il seme da cui germogliò il cubismo.

Matisse: fauvismo. Donna con il cappello
Donna con il cappello, Henri Matisse
Arte africana e primitivismo - fauvismo
Maschera africana

Pablo Picasso primitivista e cubista

Picasso (1881-1973) fu talmente tante cose, che definirlo un primitivista è come parlare di idraulica definendo Da Vinci (che cmq se ne intendeva: aveva addirittura progettato di deviare l’Arno per far dispetto ai pisani). Ma, sebbene Picasso trascenda il primitivismo, non si può parlarne senza legare il suo nome alla riscoperta dell’origine archetipa dell’espressione artistica.

La precoce formazione artistica di Picasso e le sue incredibili doti come pittore classico, avrebbero fatto di lui un artista di fama mondiale anche senza l’evoluzione avanguardista. Eppure, in lui ardeva un fuoco rivoluzionario e la sua ricerca ha costituito uno spartiacque nella storia dell’arte. 

Di se stesso disse: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”

Come abbiamo detto, una fonte di ispirazione cui attinse a piene mani fu l’arte africana, influenza evidente soprattutto nella sua produzione scultorea. Inizialmente, si dedicò ad opere lignee che esploravano lo stile geometrico e sintetico delle maschere rituali africane.

Il potere delle maschere non smise mai di affascinarlo, tanto che Picasso commentò così un’esposizione che visitò nel 1907: “Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci… E capii. Anch’io mi ergo contro tutto. Anch’io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico”.

Successivamente, le sue sculture si fecero più complesse, anche nell’uso di materiali che includevano, oltre al legno, metallo e ceramica, e nel frattempo succedeva qualcosa di davvero importante nel suo linguaggio pittorico.

Nell’opera giovanile Demoiselles d’Avignon, del 1907, Picasso libera definitivamente la prospettiva, esplodendo le forme sulla tela: questo è insieme un punto di rottura e un punto di partenza. Nello stesso anno, i fauvisti si disgregavano, ma Picasso ne aveva raccolto l’istanza primitivista e l’aveva trasformata in qualcosa di completamente nuovo: il cubismo

Picasso scultore a galleria borghese a Roma
Picasso scultore a galleria borghese a Roma
La favolosa commistione fra le sculture classiche di Galleria Borghese a Roma e quelle primitiviste di Pablo Picasso.
Picasso cubista
Demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso – il primitivismo nell’arte e il cubismo

Il primitivismo nell’arte contemporanea: da etnocentrico a universale

A differenza di altri movimenti, come fu ad esempio l’impressionismo, il primitivismo non si lega precisamente ad un periodo storico. La critica al progresso e la necessità di una ritrovata innocenza si rintracciano in tutte le epoche, ed ecco che il primitivismo rinasce in continuazione. 

Oggi, le contaminazioni culturali sono sempre più frequenti, in senso positivo di integrazione e negativo di scontro, anche cruento. Così, alcuni artisti e designer sentono ancora più forte l’esigenza di indagare un paradigma essenziale, che parli all’umanità con un linguaggio condiviso e universale

In questo dibattito, l’artista non si confronta solo con la propria creatività e i propri mezzi espressivi, ma spesso si interfaccia con i processi industriali. Queste interazione danno vita, ad esempio, a un nuovo concetto di produzione artistica che utilizza processi industriali, sia a monte, che a valle della produzione stessa, con la nascita dell’arte del riuso, in cui sono i materiali di scarto a fornire materia prima ed ispirazione. 

Un esempio di queste interazioni lo ritroviamo nella poetica di Francesco Faccin, artista e designer milanese, che ben rappresenta la contaminazione tra industria e ricerca primitivista dell’essenziale, che come risultato sembra instillare l’anima nei manufatti umani. 

In una sfumatura diversa, il graffitismo di artisti come Haring e Basquiat ci racconta di una simbiosi tra simbolismo primitivista e il paesaggio urbano e metropolitano: anche in questo caso, siamo di fronte al tentativo di rinnovare, nell’era industriale globalizzata, la spontaneità del gesto creativo.

Affianco a questo, che potrei definire “animismo industriale”, troviamo anche un primitivismo puro, che cerca nella natura, lontano dall’industria, la sua fonte di materia prima e ispirazione. Che si tratti di una volontà critica nei confronti della società, o semplicemente dell’adesione ad un linguaggio quanto più atavico e universale, il primitivismo naturale è presente e vivo a livello mondiale.

Primitivismo oggi

Vorrei segnalarvi qui due fra i miei artisti preferiti, meno noti di quelli che abbiamo fin qui nominato, ma interessanti per dare uno sguardo al primitivismo contemporaneo:

Anche nella mia produzione artistica sono alla costante ricerca di un linguaggio che esalti l’istinto creativo lontano dalle esigenze realistiche. Alcune tele del Ciclo Nordico ne sono l’esempio.

acrilico su tela - paola vagnoli - artistante - marrone

A proposito di colori, nella ricerca primitivista contemporane, alcuni colori assumono un ruolo importante. Fra questi il nero e il marrone.

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Marianne Straub e la svolta industriale del Pattern Design

Marianne Straub e la svolta industriale del Pattern Design

Tutto quello che ci circonda è design, ovvero ha richiesto una progettazione funzionale ed estetica. Fare caso ai piccoli successi di questo sforzo di progettazione, che migliora la nostra interazione con il mondo, è un hobby che mi porto dietro fin da bambina.

Oggi vorrei parlarvi della donna che ha insegnato alle macchine a tessere: si chiama Marienne Straub e, anche se forse non l’avete mai sentita nominare, da oggi farete più caso al suo lavoro come pattern designer e a quello dei suoi successori.

➡ Leggi anche:

Storia del pattern design, Marianne Straub

Formazione tecnica di una donna designer

Marianne Straub nasce in Svizzera nel 1909, frequenta l’accademia di Zurigo con insegnanti che erano fuoriusciti dal Bauhaus, ma non è una pittrice. Fin dalla sua formazione, infatti, si dedica al telaio. La meccanica la affascina e lavora anche come tecnico aiutante in un mulino, ma deve trasferirsi a Bradford, in Inghilterra, nel 1932, per studiare al Technical College. Perché? Semplicemente, le scuole svizzere non accettavano donne per gli studi tecnici. 

A Bradford, impara tutto sulle materie prime, soprattutto la lana, e sull’industria tessile dell’epoca. Dopo gli studi, non smette di interessarsi a mulini e macchine tessili, nell’ottica della produzione di massa. 

Quando nel 1950 inizia a lavorare per la Warner&Sons, un’importante industria tessile britannica che si dedicava soprattutto alla tessitura della seta e dei velluti per l’arredamento di lusso, il mercato si stava spostando sul mercato destinato all’uso di massa. In particolare, ricevevano commissioni per tessuti destinati ai luoghi pubblici, come l’arredamento di scuole o dei trasporti. 

Storia del pattern design, Marianne Straub

Dal telaio la macchina: il pattern design che non passa dai pennelli

Il processo di creazione di un pattern passa spesso da una matita o dai pennelli, ma non è così nel caso di Marianne Straub. Lei aveva nel suo studio un telaio e con quello manipolava direttamente i filati per creare disegni in intreccio. Lei stessa racconta che il suo modo di procedere aveva diversi vantaggi: intanto, conosceva le materie prime e le valutava a seconda dell’uso che se ne sarebbe fatto. Inoltre, poteva portare al cliente il progetto già finito, disegno, colori, materiali e metodo di tessitura inclusi, così nessuna industria tessile, di fronte al progetto, avrebbe potuto dire: “Non posso farlo”. In quel caso, lei avrebbe semplicemente insegnato alla macchina a fare ciò che lei aveva già realizzato a mano.

Non le piaceva lavorare come pattern designer freelance, preferiva lavorare direttamente in industria, perché voleva il controllo di tutte le fasi della produzione, a partire dalla scelta delle materie prime e dalla considerazione dei costi.

Non le è mai interessato disegnare per la moda: la sua passione era l’architettura degli spazi pubblici. Il suo stile è moderno, fortemente radicato nell’estetica e nella storia del design europeo. A differenza di altri designer inglesi, che cedevano al fascino dell’esotico, lei ha sempre detto che si sarebbe sentita disonesta nell’usare motivi etnici, perché “non è la nostra calligrafia”.

Undergroud: il cuore londinese veste Straub

Tra il 1969 e il 1970, la metropolitana di Londra ha vestito un pattern di Marienne Straub. Sulla Piccadilly, a dire il vero,le poltroncine hanno continuato ad avere la stessa moquette anche negli anni ’80, e forse qualcuno di voi ancora la ricorda.

Storia del pattern design, Marianne Straub
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Tecnologia del colore: dall’evoluzione delle specie a quella in laboratorio.

Tecnologia del colore: dall’evoluzione delle specie a quella in laboratorio.

Per #artistantecolore, oggi parlo di evoluzione naturale e di progresso scientifico: ecco come impareremo dalla natura a produrre colori strutturali organici, per utilizzare sempre meno i pigmenti e adottare tecnologie sempre più sostenibili per il pianeta.

 

Tecnologia del colore: come realizzeremo colori organici imitando la natura

Ingegneria naturale: pigmento e colore strutturale

In natura, esistono due tipi di colorazione: colore strutturale e pigmento

  • Il colore strutturale è dato da come la luce si comporta sulle microstrutture presenti sulla superficie su cui si rifrange, ad esempio il carapace dei coleotteri. In pratica, un questione di geometrie, basata su unità modulari dette strutture fotoniche
  • I pigmenti, invece, sono dei composti chimici, che si trovano ad esempio nei capelli, nella pelle, nelle piume. 

Il colore di molti animali, come uccelli o insetti, è dato dalla combinazione di struttura e pigmento. Il pigmento blu, ad esempio, è molto raro in natura. Di solito, si tratta di un colore strutturale che può mischiarsi o meno con un pigmento, per esempio il giallo, generando diverse sfumature di verde e turchese.

tecnologia del colore: il colore è strettamente legato all'evoluzione naturale - Occhi a confronto
Dalla collezione del Natural History Museum, occhio di Balena, di di cavallo e di orso himalayano.

In Natura, colore e visione sono strettamente legati all’evoluzione

Il modo in cui si sono evoluti gli occhi delle diverse specie è stato influenzato in due modi: dall’ambiente e dai messaggi che è opportuno cogliere per salvarsi la vita. Ad esempio, l’occhio della balena, che vede anche in profondità, ha un’apertura enorme per lasciar passare quanta più luce possibile, ma non è detto che le sia utile percepire tutte le sfumature del verde, che sono importanti, ad esempio, se si vive in una foresta. 

Ma non esistono solo i vertebrati: insetti e crostacei hanno occhi con strutture incredibilmente sofisticate e diverse, alcuni basati, ad esempio, su lenti minerali, invece che organiche. Dietro ogni occhio, però, c’è un cervello che elabora l’informazione e che si è evoluto a questo scopo.

Cosa possiamo imparare dalla natura?

Come i colori strutturali possono cambiare il mondo

L’uomo ha da sempre utilizzato i pigmenti per dipingere, per colorare gli oggetti, per segnalare e identificare – si pensi alle bandiere, agli stemmi, ai semafori, o alle luci colorate negli aeroporti. 

Solo di recente, gli scienziati si sono rivolti alla natura per sfruttare il colore strutturale. Uno degli esempi è il Vantablack, costituito da una microstruttura di nanotubi di carbonio che imprigiona tutta la luce, restituendo un nero assoluto. 

Ma esistono altre possibilità? E perché si sta indagando in questo senso?

La costruzione dei colori attraverso strutture fotoniche che imitano, ad esempio, il carapace dei coleotteri, è un’alternativa al pigmento che ci interessa per due motivi fondamentali: 

  • Il colore strutturale è più duraturo (tanto è vero che sopravvive alla morte dell’animale).
  • Grazie alla ricerca, il colore strutturale potrebbe essere più sostenibile, rispetto alla produzione dei pigmenti convenzionali. 

Il filone di ricerca è vasto, nuovo e interessante: si parla di ingegneria biomimetica, un’area interdisciplinare, tra fisica ottica, chimica, biologia e ingegneria, condotto alla ribalta da una ricercatrice Italiana, la professoressa Silvia Vignolini dell’Università di Cambridge.

strutture fotoniche su ali di farfalla

Colori strutturali iridescenti e opachi

Quando pensiamo ai colori strutturali negli animali, ci vengono sempre in mente colori iridescenti, come quelli che ammiriamo nelle piume del pavone o sulla livrea si molti insetti. L’effetto è dato dalla diversa resa della luce, che si riflette sulla microstruttura in modo diverso a seconda dell’angolazione. L’uomo ha già utilizzato soluzioni simili, ad esempio per le filigrane iridescenti delle banconote.

Ma può un colore strutturale essere completamente piatto, ossia risultare identico, a prescindere dall’angolo di incidenza? 

Potrebbe sembrare una domanda curiosa, ma in verità è fondamentale per concepire un uso industriale. Pensiamo ad un’azienda che si occupi di moda o design: la sua prima preoccupazione è che il colore sia identificabile e che risulti identico ovunque lo si applichi. Il verde Tiffany, ad esempio, è verde Tiffany in tutto il mondo, su carta, plastica, metallo, stoffa. 

In natura, i colori strutturali non iridescenti esistono e sono più numerosi di quello che pensiamo. Molti fiori li usano per dirigere gli insetti impollinatori con messaggi chiari, e non con effetti speciali, che confonderebbero loro le idee. In sostanza, si tratta solo di comprendere come queste geometrie possano essere manipolate per restituirci l’effetto che desideriamo.

La sfida, sta nel farlo in modo artificiale, ma non sintetico.

Che differenza c’è tra artificiale e sintetico?

Progettando un colore strutturale, ci si aprono due strade: 

  • utilizzare la plastica per disegnare le strutture, 
  • oppure approfondire ancora di più la nostra ricerca e arrivare allo stesso risultato manipolando materia organica. 

Entrambe le soluzioni sono artificiali, ossia progettate e realizzate in laboratorio, ma solo la prima è sintetica, mentre la seconda è organica

Questa è la missione di Vignolini che, come prima questione, si pone quella della sostenibilità per ogni nuovo materiale che progetta. Significa che la struttura deve essere sostenibile rispetto alla fonte di materia prima, quando nasce, ed esserlo quando muore, degradando nell’ambiente con il minor impatto possibile. La svolta sarebbe riuscire a farlo utilizzando solo materiali naturali come la cellulosa e la chitina, i due biopolimeri più abbondanti sulla Terra.

➝ Differenza tra artificiale e sintetico nei tessuti: leggi l’approfondimento sui nuovi tessuti ecosostenibili.

Colori strutturali organici in laboratorio: come sono fatti?

Nei suoi studi, Vignolini ha esplorato l’uso di composti di vario genere, pesino addensati alimentari. Ultimamente, si è concentrata sui batteri come fabbriche di blocchi nanofotonici, facendoli lavorare su una base di cellulosa

La grande quantità di cellulosa che serve ai suoi esperimenti pone il problema della disponibilità della materia prima: sarebbe inutile concepire un materiale biodegradabile che, per essere prodotto in modo massivo, portasse alla deforestazione. Per questo, Vignolini si concentra sull’economia circolare: attualmente, la cellulosa che utilizza nei suoi esperimenti è un prodotto di scarto dell’industria del cotone, un processo che può essere scalato anche per una produzione massiva di tipo industriale.

Attendo con molta ansia l’esito dei suoi esperimenti e dell’evoluzione organica dei colori. Voi no?

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Risorse online sui colori: un mondo a portata di click

Risorse online sui colori: un mondo a portata di click

La bibliografia sui colori è infinita. L’argomento stesso è così ricco di sfaccettature, anzi, di sfumature, di prestarsi a trattazioni di tutti i generi, dalla filosofia estetica al design, dalla storia dell’arte all’antropologia, fino alle materie scientifiche che ne prendono in esame le manifestaioni fisiche.

In questo caso, l’intento è quello di creare una raccolta di risorse e strumenti che abbiano in comune due caratteristiche:

  • Risorse Online: visto che ci troviamo qui, sul web, si tratterà di risorse a portata di click, per una navigazione diversa dal solito.
  • Arte e Design: tutti i link che vi presento, hanno attinenza con l’arte e con il design e ho volutamente tralasciato gli argomenti a carattere scientifico.

Letture sui colori

colore, risorse on line per designers e artisti

UNDERSTANDING COLOR

HLbz

INGLESE

Questo manuale, disponibile integralmente online,  vuole essere una introduzione per designer, ma è utile anche ai neofiti. Definisce il colore e dà informazioni basilari sulla fisica della luce, la teoria del colore, la nomenclatura e il vocabolario relativo ai colori – così sarà più facile capirsi quando parliamo usando termini come sfumatura, contrasto, tonalità, saturazione e brillantezza.

Molto interessante il capitolo sul fattore umano: parla di sinestesie, di percezione e di come reagiamo psicologicamente ai colori.

➡ Leggi anche Che cosa è il colore

colore, risorse on line per designers e artisti

COLORIZIONARIO

GIUSEPPE DE COSIMO

ITALIANO

I colori sono un aspetto della nostra vita di cui non palriamomai, ma è frutto di una vera e propria conquista che ha cambiato profondamente la storia dell’uomo del mondo in cui viviamo.

Così l’autore apre la sua raccolta di circa 300 colori, catalogati in ordine alfabetico e corredati di immagini e curiosità, oltre che dei valori nei più comuni metodi, tra cui RGB e CMYB.

La raccolta è piuttosto divertente e ben strutturata, dispiace solo che non esista un indice navigabile.

colore, risorse on line per designers e artisti

COLORI NELL’ANTICO EGITTO

BROOKE PORTER

INGLESE

Si tratta di una tesina ben impaginata e piuttosto breve, che tratta dei colori nell’antico egitto e della loro valenza sociale e religiosa. Interessante la parte dedicata alla produzione dei pigmenti, con gli ingredienti essenziali e un piccolo “how to”, per chi ha voglia di pasticciare alla maniera degli antichi.

Anche se si tratta solo di una ricerca scolastica, ho deciso di includerla in questa lista per due motivi: il primo, è che diamo per scontate molte cose quando osserviamo l’arte antica, soprattutto i colori (o l’assenza degli stessi). Il secondo è che anche a me piace pasticciare!

Strumenti per esplorare e gestire i colori

Google arts and culture - motore di ricerca di opere d'arte per colore

ESPLORA L’ARTE PER COLORE

Google Arts&Culture

Avevo già citato questo piccolo motore di ricerca di un grande motore di ricerca: grazie a questa funzione, Google permette di ricercare le opere d’arte per colore. In verità si tratta di un catalogo limitato, ma è decisamente divertente scegliere un colore e vedersi invaso lo schermo da immagini a tema. Cliccando su ogni immagine, è possibile conoscerne le informazioni basilari e navigare fra le risorse che Google Arts&Culture mette a disposizione su quella determinata opera.

colore, risorse on line per designers e artisti

PALETTE COLORE PER DESIGNERS

COOLORS.CO

Si tratta di una delle tante raccolte di palette colore da cui si può trarre ispirazione per i nostri scopi, pricipalmente se stiamo progettando materiale grafico e siti web. Rispetto ad altri strumenti di questo genere, uno dei quali è Color di Adobe, mi piace il suo esere essenzialmente un’indigestione a tutto schermo di palette popolari. Inoltre, permette di creare palette senza un limite di colori, mentre Adobe color gestisce solo palette a 5 colori. Coolors è anche una app a pagamento per iOS, dal costo molto contenuto, che permette di estrarre la paeltte colore dalle proprie immagini e condividere collage interesanti di immagini e colori.

colore, risorse on line per designers e artisti

MISCELARE I COLORI

COLORDESIGNER.IO

Colordesigner mette a disposizione un tool gratuito per miscelare i colori. Sembra una banalità, ma grazie alla posibilità di dosare da due a 10 diversi colori, scopriamo come comporre un Marrone caldo: ci vuole più giallo o più rosso? Possibile che ci voglia un po’ di blu? Scommetto che non tutti conoscono la risposta. Esercitatevi con questo strumento online: non sarà come usare le tempere o il colore ad olio, ma è molto divertente scoprire che sì, il blu aiuta, ma è molto più semplice passare dal verde.

colore, risorse on line per designers e artisti

NOMENCLATURA DEI COLORI

ARTYCLICK.COM

Avete presente quanto è difficile individuare la giusta definizione di una specifica sfumatura di colore? Ecco, qui troverete la nomenclatura di centinaia di tonalità, divise in macrogruppi (rosso, arancio, verde, eccetera) e sotto categorie (sfumature fredde, calde, pastello, e altre ancora). Il sito è in inglese, ma è lo stesso un valido aiuto quando cercate di comunicare il colore che avete in mente o volete chiarivi le idee sulla differenza fra un Celeste, un Acqua e un Turchese. Ovviamente, come tutte le definizioni di colore, neppure queste sono da intendersi come assolute e definitive, non foss’altro perché la resa dello stesso colore a schermo è differente su ogni schermo e, una volta stampato… beh, insomma, è un riferimento, non la Bibbia.

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Come arredare le camerette per bambini con l’Arte: il punto di vista di una ex bambina, ora artista.

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Arredando le camerette per bambini, si pone molta attenzione nella scelta dei dettagli, come il colore delle pareti, il lettino, gli arredi e persino i soprammobili, ma non sempre si pensa ad inserire immagini d’arte, che siano stampe, poster o veri e propri quadri. Eppure, l’infanzia ha un rapporto speciale con l’arte.

Come arredare le camerette per bambini con opere d'arte contemporanea

Il ruolo dell’arte nell’infanzia

Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita, vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare.
Bruno Munari

L’arte e la creatività svolgono un ruolo fondamentale nella mente dei bambini, stimolando la curiosità ed educandoli al pensiero astratto. Saper stimolare l’immaginazione di un bambino, significa contribuire a migliorare le sue capacità espressive e linguistiche, oltre che favorire un’evoluzione interiore, già dai primissimi anni di vita.

Il filosofo americano John Dewey, la cui filosofia estetica è basata sul concetto di arte come esperienza, fu anche un pedagogista. Egli sosteneva che l’esperienza artistica, sia come creatore che come fruitore, è uno dei mezzi più efficaci e costruttivi di incanalare le energie di un bambino. Esponendo i bambini all’arte, si incentiva lo spirito di osservazione e lo sviluppo della memoria, oltre a favorire la nascita del senso critico. Nello stesso periodo, in Italia, il metodo Montessori esaltava l’esperienza sensoriale e manipolativa dei bambini, tipica della produzione artistica, come cardine dello sviluppo psicomotorio. 

A prescindere da ciò che ci dicono gli studi pedagogici e filosofici, tutti noi abbiamo sperimentato il piacere dato dall’arte nella nostra infanzia. Che si trattasse di osservare una bella immagine o di manipolare pennarelli e pongo, ci siamo presto resi conti che cercare il bello e cercare la soddisfazione personale sono quasi la stessa cosa.

Inserire l’arte nelle camerette per bambini

Tutto ciò che è incluso nell’arredo della cameretta è oggetto di attenta osservazione da parte dei bambini che la abitano. È il loro mondo e deve essere alla loro portata. Ha il compito di accoglierli, ma anche di aprire una finestra sul mondo esterno, che andranno a conoscere, nonché su quello interiore, che si sta sviluppando. 

Diamo la giusta importanza a questo nido-palestra del cervello e sfatiamo subito un mito: alle camerette per bambini non dovete per forza associare colori chiari neutri, nuances pastello di rosa e celeste, abbinate al massimo al bianco o al giallino smorto. Volete tenere la parete bianca? Fate benissimo: è comoda, salutare e luminosa, ma sbizzarritevi con gli arredi. Ai bambini piacciono i colori, tutti i colori, anche mischiati fra loro, preferibilmente dissonanti ed esagerati.

Dopo aver detto no al monocromatico imperialismo del rosino-celestino, diciamo basta alle stampe brutte di animaletti pucciosi e cuoricini volanti. Vi piace l’arte? Sappiate che ai vostri bambini piace ancora di più. Libri illustrati, quadri e stampe sono il contorno perfetto di viaggi che da adulti neppure sospettate si possano intraprendere. Scegliete con gusto, prima il vostro, poi quello dei vostri figli, quando cominceranno a manifestarne uno. Il segreto è spendere un po’ di consapevolezza: vi piace davvero il poster con il gattino rosa? Non credo. Sono sicura che per voi preferireste un’opera d’arte contemporanea che ispiri l’esplorazione di mondi alieni, oceani, foreste, o l’incontro con personaggi fantastici. Ebbene, il vostro bambino la pensa esattamente come voi.

Come arredare le camerette per bambini con opere d'arte contemporanea

Riproduzioni o opere originali nelle camerette per bambini?

Può succedere che a qualcuno piaccia così tanto Mirò da volerlo appendere nella cameretta, ma è difficile poterselo permettere. Avvalersi delle riproduzioni si può fare, a due condizioni essenziali: la stampa di qualità e la cura nel posizionamento, che include la scelta della cornice o altro supporto. Non svilite un Kandinskji con una stampa da 5 euro su carta patinata da locandina pubblicitaria, non tanto per il povero Vasilji, che non se ne avrà a male, quanto per non abituare i vostri figli alla svalutazione del bello. 

In alternativa, potreste scegliere di appendere un vero e proprio quadro, un’opera originale di un artista contemporaneo. Questo tipo di approccio coinvolge il vostro gusto nel profondo, atto che già di per sé implica un successo. Se sapete scegliere bene, un’opera d’arte originale è anche un piccolo investimento, ma soprattutto è un modo intelligente per trasmettere un messaggio: l’arte non è solo quella nei musei e saperle trovare un posto nel nostro quotidiano è un piccolo passo verso una vita più soddisfacente.

La scelta dei soggetti

Un’altra imposizione del comune buon senso pretende di sapere quali soggetti siano più adatti ai bambini, selezionadoli sulla base di un unico criterio: la noia. Ho già parlato male del gattino rosa, non voglio infierire, ma in generale è sbagliato ritenere che scene apatiche e bucoliche siano quelle più amate dai bambini. 

Da piccola, i miei genitori mi avevano posizionato sul letto un poster con un quadro di Ligubue. Era un’immagine assai forte, con cavalli imbizzarriti, un cielo cupo e furibondo e lampi come squarci. Si erano chiesti se fosse un’immagine adatta ad una bambina? Non credo, ma, in fondo, cosa è adatto a un bambino? La natura, per esempio, lo è quasi sempre, anche quando si manifesta con la bufera, e l’arte la racconta con quel pathos viscerale che i bambini colgono al volo. E amano, quanto io amavo quella bufera.  

Non voglio dire che quella dei miei genitori fosse la scelta più adatta, solo che probabilmente hanno fatto benissimo a non porsi più di tanto il problema e che, in soldoni, che sia un quadro o un poster, un’immagine con un valore artistico non presenta quasi mai controindicazioni e può essere inclusa nelle camerette per bambini senza stonare, né con l’ambiente, né con la loro immaginazione.

Non ponetevi limiti logici del tipo bambino/linguaggio facile, come quelli che usano solo dieci parole per parlare con i figli, neppure fossero stranieri appena atterrati a Malpensa. Stimolare i bambini con cose (immagini, suoni, parole, oggetti, sapori) che non conoscono e non si aspettano li abitua alle sfide, agli imprevisti e, soprattutto, a concepire possibilità alternative. Non chiedetevi se un’opera d’arte sia adatta ad un bambino, chiedetevi piuttosto se può interessarlo, stupirlo, intrattenerlo. E se vi gira di accostare una riproduzione di Botticelli con un quadro astratto, fatelo, magari solo perché entrambi vi ricordano la primavera.

Letture sul rapporto tra arte e infanzia

L’arte e l’infanzia, articolo sul Tafter Journal
I Bambini e l’Arte, edizioni junior

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tour virtuale della casa azul di frida kalho: giallo e blu in un luogo di arte, di amore e di dolore

Non è come viaggiare, è vero, ma concedersi un tour virtuale è una valida alternativa all’immobilità di questo momento storico. State a casa e venite con me: oggi, per #artistantecolore, vistiamo Frida Kalho nella sua Casa Azul.

Chi era Frida Kalho

Non che Frida Kalho abbia bisogno di presentazioni, ma forse non tutti conoscono alcuni dettagli della tua biografia, quindi mi permetto un brevissimo riassunto.

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón era il suo nome completo. Nacque da genitori ebrei tedeschi emigrati dall’Ungheria a Città del Messico, il 6 luglio del 1907, ma lei preferiva dire di essere nata nel 1910, con la rivoluzione e con il nuovo Messico.

Da piccola si ammalò di poliomielite e rimase storpia. Il suo corpo, già gravemente debilitato, venne martoriato da un incidente che la coinvolse quando aveva solo 18 anni: un tram investì l’autobus sul quale viaggiava e lei si ritrovò stritolata dalle lamiere. 

Tutta la sua vita venne segnata da questo incidente, sia perché i dolori non le diedero mai tregua (dovette anche sottoporsi ad un numero spropositato di interventi chirurgici), sia perché fu l’immobilità forzata del primo anno di convalescenza a spingerla a dipingere. Suo padre, fotografo e pittore, teneva in casa dei colori ad olio, coni quali Frida cominciò a dedicarsi a piccole opere e autoritratti, che eseguiva grazie ad uno specchio che la madre le aveva montato sul letto.

Nonostante le enormi difficoltà fisiche, Frida fu molto attiva: nell’arte, nell’insegnamento, nella politica, nell’amore. Moglie di Diego Riveira, che sposò nel 1929 nonostante la differenza di età (lei aveva 22 anni, lui 43), fu il fulcro della scena culturale messicana fino agli ultimi giorni della sua breve vita. Si spense a 47 ani a causa di una polmonite, nella sua Casa Azul.

Frida Kalho nella sua Casa Azul - tour virtuale - storia dell'arte e storia del colore

La Casa Azul di Frida Kalho

Frida eredita la sua casa dal padre, che aveva iniziato a costruirla prima della sua nascita, nel 1904, con un patio interno che ospitava, e ospita ancora, un lussureggiante giardino. A causa dell’immobilità sui fu costretta, prima per la Poliomielite, poi a causa dell’incidente, Frida vive la sua casa in modo molto particolare, come paradiso e, allo stesso tempo, come prigione. Infatti lascia la casa natale appena è in grado di farlo, ma vi torna a 40 anni e la trasforma a sua immagine. Particolare cura mette nelle decorazioni della cucina, che Frida interpreta come cuore pulsante della casa e focolare che si alimenta del suo amore travagliato per Diego Riveira.

Il giallo e il blu, che sono colori opposti, dominano tutta la casa, sia all’esterno che all’interno. Mentre il giallo prevale all’interno, il blu è il colore predominante per l’esterno. In questo modo, sembra quasi che la luce provenga dall’interno della casa.

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Come fare il tour della Casa Blu di Frida Kalho

Ci sono due modi per fare il tour della casa. Il primo è affidarvi a Google, che ha curato, in partnership con il Museo Frida Kalho il tour virtuale:

Tour virtuale Google

Io però preferisco accedere direttamente dalla pagina del museo, perché mi sembra che la navigazione sia più fluida e poi perché visitare direttamente il sito aumenta il loro numero di visitatori e questo è un modo, in un certo senso, di pagare il biglietto.

Tour virtuale Museo Frida Kahlo

 

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